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Cardelli
e Fontana
di Flaminio Gualdoni
Uno non ci pensa mai, poi si accorge tutt’a un tratto che fa il gallerista
da venticinque anni. Cioè cinque lustri, cioè, in termini di dibattito e
mode artistiche, una specie di era geologica.
Cesare Cardelli, che tra il 1976 e il 1989 alla Spezia è stato alla guida della
Minotauro, allora come ora aveva il gusto delle riscoperte e delle
riflessioni sulla storia artistica trascorsa, e insieme una curiosità del
nuovo che non significava appiattirsi sull’ultima vague:
è la linea seguita anche alla Pomarancio di Sarzana, fondata nel 1980 e
arricchita l’anno dopo dall’ingresso prezioso di Francesca Fontana,
poi dal 1997 nella Cardelli e Fontana, a Sarzana e, dal 1999, anche a
Pietrasanta, con Alessia Cardelli e Massimo Biava, a celebrare nei fatti
il passaggio alla nuova generazione.
Mostre
memorabili di Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Mario Tozzi, Zoran
Music, Lucio Fontana, Wilfredo Lam, affiancate dall’organizzazione di
mostre pubbliche come quelle di Manzù, Riopelle, Baj, Schifano, sono le
credenziali del passato, tanto quanto nel presente sono i Vettor Pisani,
Tino Stefanoni, Marco Lodola, incrociati con la riproposizione di autori
come Gianni Bertini, Roberto Crippa e soprattutto Giancarlo Carozzi.
Figura
importante della stagione milanese dello spazialismo, i cui manifesti
firmava come Giancarozzi, e interprete di precoci e visionarie attenzioni
surrealiste, Carozzi ha poi operato per decenni a Parigi da solitario,
autore di una pittura scontrosa e alta che allo sguardo di oggi si rivela
di interesse sorprendente: ne è prova la mostra pubblica organizzata a
Sarzana lo scorso anno, alla quale seguiranno certo altre iniziative.
Caso classico di rilettura di un autore attivo in stagioni ormai storiche,
Carozzi si affianca nel cuore del quartetto
di galleristi agli autori che essi seguono con più complicità, Omar
Galliani e Mirko Baricchi.
Galliani,
adottivo di queste terre tra mare e cime petrose, opera da anni con
Cardelli e Fontana, ai quali si deve la responsabilità dell’archivio e
del catalogo generale dell’opera dell’artista. Non a caso lo scorso
anno, a fianco della grande mostra a Palacio Foz di Lisbona, proprio una
vasta personale alla Fortezza Firmafede di Sarzana ne documentava con
larghezza la stagione presente.
Del lungo itinerario di Galliani in seno all’attuale generazione di mezzo,
svolto in chiave di uno stilismo dai sottili e saporosi manierismi, di
visionarietà cum figuris, di ori e neri, di un Oriente non banalizzato e di un Occidente fatto
orgoglioso della propria identità storica d’arte, ormai tutto si sa.
Resta da constatare che, di quella generazione che nei primi anni Ottanta
irruppe sulla scena contraddicendo i cerebralismi estenuati, i piccoli
snobismi intellettuali, gli esoterismi d’accatto in cui si bamboleggiava
la neoavanguardia, Galliani è rimasto una delle rare figure
autenticamente autorevoli, con un bagaglio concettuale e fabrile in grado
di prospettare un viaggio di vero spessore nell’arte, non il solito
transito stagionale.
Per
certi versi Galliani è il perfetto “fratello maggiore” dell’artista
giovane al quale Cardelli e Fontana dedicano la loro attenzione
preferenziale, Mirko Baricchi: del quale, viste le precocità e i talenti,
occorre dire di più.
Enfant du pays (è nato alla Spezia), classe 1970, Baricchi debutta già nel
1992 e oggi, poco più che trentenne, si ritrova nella stagione d’una
prima, fervida maturità. Abbastanza solitario e intransigente da non
smaniare per le mode di deriva mediale attualmente in corso, egli è
affetto da una sorta di ineludibile febbre, e verrebbe da dire demone, per
il disegno.
Nascere
disegnatore, con vocazione a introiettare e sciogliere le figure del mondo
in climi affettivi, e a declinare tali climi secondo una sorta di philum
visionario e lievemente ossessivo, è condizione sorgiva di una scelta
di pittura, esclusivamente di pittura – con l’espansione, al più, a
una plastica fatta di materie forti, dense: un po’ ciò che accade,
giusto per suggestione, a un Longobardi – che si concentri sul trovare
un suo tutto proprio carattere, assai meno preoccupata di ogni ubi
consistam mondano.
Baricchi è così. Le sue visioni sono essenziali, ai limiti dell’elementare, una
sorta di metafisica domestica nella quale poco a poco lo stereotipo
lieviti a simbolo: la sedia, la tazza, come la sagoma di Pinocchio,
protagonista ormai d’un parallelo, tutto personale fairy
tale, con implicazioni d’autobiografia.
Sono visioni essenziali, ma caricate d’una spinta emotiva pulsante, densa,
che Baricchi padroneggia scandendo gli spazi della pittura secondo
geometrie interne oppure agenti come irritazioni sottili della superficie,
in una interpretazione del collage tutta interna all’avvertimento
materiale dell’immagine. Sono, le sue visioni, una sorta di notturno
d’anima oscuro e vagamente allarmato, che si decide per materie scabre,
aspre anche, lasciandosi alle spalle gli echi di “bella materia tinta”
– così De Chirico – e pure ottenendo un riscatto estetico dei suoi
gesti impuri e contaminanti. Baricchi ha rastremato la propria
concentrazione a poche sostanze, e soprattutto a uno spettro circoscritto
di toni. Ha proceduto, piuttosto, per auscultazione della loro facoltà
sorgiva di farsi portatrici d’evocazione e suggestione emotiva, di una
essenzialità che, al pari della qualità visiva, possa valere anche
quantità appropriata, in questo oscuro ma avvertitissimo corso generativo
dell’immagine.
Sono,
soprattutto, colori di terra, incarnati in spessori smagriti sino a farsi
inameni, aggirantisi intorno a tonalità che sentono un rosso disagiato,
rugginoso, oppure di giallo malato, nelle more dell’immediata captazione
estetica; e bruni che si aggirano intorno alla misura del noir couleur. Essi si danno per stesure larghe, quasi invasive,
trovando più aree di collisione e di scambio, come se l’antica Monochrome
Malerei, per il tramite di poggiature nobili come un Tàpies e gli
esempi più alti di “poetica del muro” – echeggiati, anch’essi dai
graffiti di sottile divagazione che vi si inscrivono – si facesse
sostanza propria dell’immagine, percepibile al livello doppio dell’alterità
del pittorico e dell’oggettività fisica dell’esperienza sensibile.
Baricchi, oltre alla propria evidente qualità, un’altra riflessione suscita
d’acchito: quella sulla persistenza incoercibile della pittura, dell’arcangeliano
pezzo di tela o di tavola in cui ancora, ove si voglia, tutto può essere
detto, di ciò che si è, che si pensa, cui si aspira.
Cardelli
& Fontana Contemporary Art was
founded in 1980 by Cesare Cardelli ( who has been the manager since 1975)
with the name “Il Pomarancio”. A few years later Francesca Fontana
began co-operating in running the gallery which assumed its present name
in 1998.
In
June 1999 a new seat was opened in Pietrasanta (LU) .
Throughout
these years, the gallery has been carrying on intense artistic and
cultural activity including the organization of exhibitions in Italy and
abroad, participation in the most important contemporary art fairs and the
publication of numerous catalogues.
You
will find listed below some of the main exhibitions organized by the
gallery management:
Buzzati,
Manzù, Maraniello, Messina, Baj, Riopelle, Ceccobelli, Nespolo,
Mastroianni, Pisani, Pozzati, Possenti, Stefanoni, Galliani, Schifano,
Jori, Plessi, Biasi ecc...
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