La paura nel buio   di Lidia Panzeri

 

Un giovane dalla memoria antica, è questo uno dei motivi di fascino nell’opera di Mirko Baricchi, nato a La Spezia nel 1970. Poiché la sua arte si esprime nella pittura, il primo elemento a connotare l’idea della memoria è la gamma di colori, quei toni bruniti, che suggeriscono la patina del tempo, talvolta virati su riflessi luminosi, che accendono i suoi ambienti; più spesso smorzati nella densità dell’ombra, dalla quale emergono simboli, oggetti, cifre, graffiti.

A suggerire “la paura nel buio”, come s’intitola questa sua prima personale alla galleria Traghetto di Venezia.

Sembra gravare nei suoi quadri un silenzio immobile, una sospensione nel tempo di impronta metafisica, che nobilita gli oggetti quotidiani: ciotole, bicchieri, catini e mastelli, poveri nei materiali e negli usi comuni, quali potrebbero trovarsi in un casa di campagna, d’altri tempi; talvolta emergenti isolati dal buio, altrove schematicamente rappresentati in una serie ripetitiva. Contenitori vuoti o pieni e, se pieni, di che cosa? Un interrogativo volutamente lasciato in sospeso a prefigurare infinite, possibili risposte o anche il timore di un vuoto esistenziale forse incolmabile.

Tra i temi iconografici più ricorrenti, quello della sedia, mobile tra i più essenziali, di legno non pregiato, per lo più scuro, di un marrone tendente al nero, essenziale nella forma scarnita, lontanissima dalle declinazioni tecnologiche e dalle sofisticazioni dei designers. E’ una semplice sedia, come è semplice la parola che la designa, spesso trascritta accanto all’oggetto figurato. E’ la memoria di un tempo antico, quello che ancora conosce le pause, il riposo dedicato alla riflessione, il momento della meditazione, un tempo definitivamente trascorso e irrecuperabile, come trascorso e irrecuperabile è il ricordo legato ad una persona cara e scomparsa. Perciò la sedia è abbandonata in un angolo a significarci la distanza, il non ritorno, l’assenza, il definitivo declino di un’epoca.

Ad essa si contrappone, talvolta all’interno dello stesso quadro, dall’altra parte di una diagonale che idealmente la congiunge, l’improvvisa, dirompente apparizione del filtro, un’ampolla di vetro, che squarcia il buio, sembra gridare nella notte, filtro magico o elemento alchemico, citazione quasi letterale da Edvard Munch. al quale può essere riportato anche l’ulteriore significato di simbolo sessuale, nel suo duplice aspetto di eros e di morte, di vita incipiente e di esito fatale.

La stessa violenza erotica, di duplice lettura, si può estendere al terzo elemento di questa vera e propria triade: la testa del toro, carica di riferimenti mitologici, maschia nell’accentuato pronunciamento del naso, inquietante nei tratti asimmetrici, l’unico a cui possono attribuirsi connotati antropomorfici, accentuati dallo sguardo umano, sbattuto in faccia al visitatore, misterioso e provocante nella sua ossessiva fissità.

Quello di Mirko Baricchi, a una prima istanza, sembra essere un mondo tutto immerso nell’inconscio, da cui affiorano paure ancestrali, come dimostrano i riferimenti all’iconografia surrealista. Questa, però, rappresenta solo una delle possibili chiavi interpretative, d’altra parte occorre tenere presente la necessità dell’artista di mettere ordine a un caos, che potrebbe travolgerlo con le sue pulsioni. Da qui la geometrica partitura dello spazio, la voluta serialità dei suoi quadrati, uguali nelle dimensioni e con il medesimo sottofondo coloristico nonché la messa in sequenza degli oggetti.

A rafforzare l’esigenza della razionalizzazione anche la comparsa dei numeri e delle cifre.

Contenere la parte oscura della psiche umana, quella che popola il buio di presenze paurose: solo a questa condizione si può recuperare la leggerezza dei sentimenti, quella che trova la sua espressione nei romantici graffitismi a forma di cuore.

 

 

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