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Mirko
Baricchi Che nell'arte italiana di questi ultimi anni vi sia una corrente che si pone in netto contrasto con la linea più fredda, oggettiva e minimale della cosiddetta avanguardia, sta cominciando ad apparire ormai come un dato di fatto certo ed acquisito. Quel che ancora è stato poco studiato e analizzato è invece l'insorgere di quella che andrebbe definita come una vera e propria linea di nuova visionarietà , un nuovo tipo di pittura che affonda le sue radici in un ritrovato rapporto con la coscienza profonda, con quell'inconscio di cui si credeva ormai spenta la forza propulsiva dopo cento e più anni di psicoanalisi; una pittura che non guarda più, com'è invece accaduto in maniera massiccia negli anni passati - fino a creare una vera e propria crisi di rigetto, di cui si cominciano già ad avvertire i primi segnali premonitori - alla realtà mediale, alle immagini dei giornali, della tivù, del cinema o del fumetto, ma che torna invece ad affidare il proprio potere di creazione di immagini e di forme più o meno compiute a quel libero "fluire dell'immaginazione creatrice" di cui parlava Giuliano Briganti oltre vent'anni fa in quello strardinario testo che è I pittori dell'immaginario - quello "spostarsi dell'attenzione dall'oggettivo al soggettivo", che porta gli arstisti ad elaborare "un nuovo senso del mito che affiora dal profondo sino alle soglie della coscienza, e che è identificabile con la genesi stessa delle immagini, cioè col determinarsi di una realtà linguistica e simbolica". Di questa ritrovata e rinnovata sensibilità , di questo formarsi di nuove forme linguistiche e simboliche - immagini, ombre, ma anche frasi, parole, semplici forme appena abbozzate che affiorano dalla tela come fantasmi della nostra coscienza più profonda - è di certo un esponente il giovane ma già ben strutturato Mirko Baricchi. La sua è infatti una pittura che a prima vista sembra emergere direttamente dal buio dell'inconscio, e direi che di questo cavar fuori le immagini e le forme quasi alchemicamente dalla sua (e dalla nostra) coscienza più nera ha fatto una bandiera, un vessillo, un manifesto quasi: e basti vedere, a questo proposito, il titolo di una sua mostra recente - La paura del buio - quel suo giocare, con voluta ironia ma senza mai far perdere allo spettatore quel giusto grado di inquietudine che ancora oggi, nonostante i due secoli che ci separano ormai dall'insorgere del romanticismo e il secolo e passa che ci divide dalla scoperta dell'inconscio, noi tutti proviamo di fronte all'impossibilità - malgré tout - di penetrare a fondo la natura umana; basti vedere, dicevo, quel suo giocare con le mille piccole paure, i mille disagi dello spirito, le mille inquietudini che secoli di razionalismo non sono serviti a cancellare, per comprendere quanto Baricchi sia consapevole del potere alchemico e profondamente metamorfico della pittura, e quanto allo stesso tempo sia radicata in lui la certezza che oggi non si possa incantare lo spettatore con le immagini della coscienza senza dichiararne anticipatamente la loro natura fittizia: senza, insomma, svelare prima il gioco - perché di gioco, in fondo e comunque, pur sempre si tratta. Baricchi non pretende, per capirci, di farci veramente partecipare della sua paura del buio, per tornare ancora al titolo di una delle sue ultime mostre: non pretende di farci credere che le immagini che popolano i suoi quadri affiorino davvero, e come magicamente, dalla profondità del suo inconscio, ma cerca piuttosto, con raffinata e intelligente sapienza, di mimare il gioco dell'irrazionale, di giocare a rimpiattino con la nostra stessa consapevolezza di essere preda di due spinte opposte e complementari: quella dell'impossibilità , comunque sia, di penetrare quell'abisso che noi tutti ci portiamo dentro senza possibilità di scampo (l'inconscio, appunto, la sede di quei desideri e paure che a tutt'oggi siamo incapaci di governare e di tenere a freno, e che proprio per questo continuano tutt'ora ad attrarci e ad affascinarci), e l'impossibilità , d'altro canto, di affrontare con sguardo limpido e per così dire puro, cristallino, ingenuo questo ritorno di antiche e ancestrali paure non solo in pittura ma anche in letteratura, nel cinema, in tutte le forme linguistiche e culturali di cui possiamo e sappiamo disporre. Nessuno, guardando i quadri di Baricchi, proverà infatti realmente paura, più di quanto non riesca a provarne un uomo adulto di fronte a un film di vampiri o a un romanzo di streghe e stregoni; ma ugualmente rimarrà affascinato dalla raffinata capacità del pittore di mescolare elementi che alle paure e inquietudini del nostro animo sanno ancora parlare. Baricchi allestisce infatti l'unico spettacolo di cui oggi la pittura dell'inconscio possa ancora disporre: quello di una composizione ferrea e rigorosa accostata a una pittura "sporca", pastosa, tutt'altro che piacevole e accattivante, e proprio per questo profondamente e completamente avvincente; di un affastellamento solo apparentemente casuale di immagini e di elementi diversi all'interno della tela, tra i quali convivono frammenti di memoria privata dell'artista - un'ombra, una sedia, spezzoni di frasi che sembrano provenire da lontane conversazioni o pagine di diario saltate fuori da chissà quale associazione d'idee o di parole - ed elementi eminentemente culturali, provenienti ora dal corpo della storia dell'arte ora dal vasto serbatoio della cultura popolare (basti per tutti la sagoma nasuta di Pinocchio, icona delle nostre fobie e paure infantili); insomma di un bel calibrato mixaggio di elementi diversi e spesso opposti, per la maggior parte freddi e caldi, dove il freddo corrisponde al rigore a volte quasi geometrico degli elementi compositivi, e il caldo ai toni, alle atmosfere, allo stesso segno, gestuale e immediato, che contraddistingue lo stile dell'artista. Baricchi
riesce così a far presa sul nostro essere insieme frutto della cultura
ipertecnologica e razionale in cui bene o male viviamo, e sue vittime
inermi: sulla nostra voglia di sfuggire la banalità del quotidiano e la
gelida razionalità della scienza, e la sua incapacità di venir meno alla
nostra mente e alla nostra memoria; sul nostro orrore e la nostra
attrazione per ciò che di nero l'inconscio produce. In questo, in
sostanza, consiste quel suo stare ambiguo tra romanticismo e ragione, tra
caldo espressionismo dei toni e del segno e sapiente e razionale regia
della tela. |
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