Notte/Tempo  di Valerio Dehò

 

E’ un mondo che non abdica completamente alla parola, ma la conserva come segno/senso dello scorrere del tempo. Accadendo tutto di notte, quest’ultimo rallenta la sua crescita indefinita, lasciando lo spazio alle immagini di rincorrersi, di agglutinarsi in forme e modi indecidibili. Nell’universo di Mirko Baricchi la linea di confine tra disegno e pittura è metafora del confine sospeso della memoria. E se appunto il tempo non può arrestarsi, può invece assumere battiti bradicardici: sogni e ricordi hanno così la possibilità di accostarsi senza sovrapposizioni e senza spostamenti di senso violenti. Tutto invece assume una naturale non/naturalezza proprio per questo movimento di lento coagulo, in cui i ritmi visivi dell’infanzia si trovano vicino a improvvisi grumi di colore, quasi che la memoria non esista se non contaminata al e dal presente, dalle ore che scorrono nella verticalità della vita diurna.
L’accenno nell’arte di Baricchi ad elementi metafisici notato da alcuni miei acuti colleghi, va letto proprio per la sospensione temporale che l’artista predispone in apparente caos e/o casualità. Ma la luce spiazzante, preludio di abbacinata follia che allunga le ombre degli oggetti e delle architetture, è qui completamente spenta. non vi è nessun demone meridiano o crepuscolo eterno, piuttosto una notte in cui l’infanzia si dà tutto il tempo che vuole per impedire all’orologio di scandire le ore che mancano al tempo diurno del mondo adulto. Questa notte che non termina e si prolunga sulle tele e nelle installazioni, è catramosa e silente. Le stenografie non sono mai diario, quanto accumulo di pensieri e di sensazione in attesa di un ordine che la materia del giorno forse un giorno impartirà. Appunti non di viaggio, ma fiori del male che non rischiarano la notte ma la accompagnano nei suoi ritmi di lenta risacca. Gli stessi oggetti che appaiono e scompaiono, le stesse tracce di una quotidianità mai esaustiva e sempre metonimica, hanno la semplicità dell’inutile. Nulla d’eccezionale o di oniricamente capriccioso, quanto una lunga striscia di memorie che si prolunga nella stabilità del quadro, nel tempo condensato di un luogo che si dà come limite per l’Altrove. La banalità di una sedia comune trova matrimonio in questa ricercata disarmonia e anzi finisce per assumere un ruolo superiore. L’ordinario si fa straordinario non per rassicurare inutilmente, quasi in modo paterno, piuttosto serve a creare un precipitato in cui l’originale non ha senso in quanto letteralmente non richiesto.
Il mondo di Baricchi vive di una letterarietà intrinseca, la sua figurazione è narrazione, sospesa, in fieri, ma pur sempre narrazione. E non è svolgimento o percorso visivo, ma pervasività del disegno che si dipana nel tempo e nella memoria, acquisendo i caratteri di un prolungamento della realtà, di una sua ombra.
E su quanto sia stato importante proprio il disegno per una generazione come quella dell’artista spezzino, di quanti hanno oggi tra i 30 e i 40, ci si dovrebbe dilungare più a lungo. Il disegno non solo abolisce categorie tra generi ormai sepolte (arte, fumetto, storia illustrata) ma possiede lo spirito della realtà (non quello del realismo, si badi bene). Disegnare è percepire il mondo, allora si comprende come dalla concettualità dell’installazione o dalla figurazione di origine mediale, una generazione si è tirata fuori ricominciando a disegnare, ad appropriarsi delle cose. Anche di una sedia.
Notte/tempo si creano queste strane concrezioni che sanno di gioco il tempo necessario per accorgerci che ci siamo sbagliati. Credere ad un burattino è sempre un pessimo affare, soprattutto con quel naso! Invece è meglio abbandonarsi alla risacca e spingerci verso una deriva che non termina, che non ha orizzonte. Di notte, lo sappiamo, si vedono cose che di giorno scompaiono assorbite dalla luce e dai rumori. In questo caso, vedere è ascoltare un racconto che l’alba non porterà via.


Tratto da “La casa del custode”, Galleria L’Ariete, Bologna, 2006

 

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