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Notturno di Alberto Zanchetta
La
pittura è una Maddalena, disonorata e vergognosa? Equivoca e
adescatrice? A parte le contumelie del secolo appena trascorso, la
pittura è parte in causa di un rapporto à trois con il disegno e
l’artista. Mélange senza malizie, disseminato di alterchi che ritemprano
le energie, che irrorano l’immaginazione. Dipinti e disegni si
alimentano reciprocamente, sono linfa vitale che trasfonde da uno
all’altro e di nuovo dai secondi ai primi, in un rincorrersi avido, di
reciproca fedeltà.
Per Mirko Baricchi il disegno non è mendico di idee, tutt’altro
dall’essere querulo. Lo attesta la sua irrequietezza nello stringere un
lapis tra le dita di una mano, sempre in cerca di un foglio di carta. L’ingenium
praecox del disegno maschera certa ingenuità (in forza d’essere la
prima forma di agnizione) che è destinata a corrompersi con il
sopraggiungere della maturità, sicché fa breccia l’insistente desiderio
di disimparare la maniera, riportando lo stile agli inizi, ai rudimenti
di quando si era bambini, inconsapevoli, istintivi. Nell’ambito della
pittura si sono sprecati molti paragoni tra l’opera di Baricchi e quella
di altri artisti, si conceda quindi almeno un raffronto per i lavori su
carta: Ryan Mendoza. Entrambi condividono l’uso di una linea che
contorna le figure con un tremito nervoso, sul limine dello scarabocchio
malfermo – delirium tremens che inebria la carta in modo
schematico e veloce – si tratta pur tuttavia di una linea decisa,
risolutrice. Nel distinguo febbricitante-formicolante del gesto e dei
soggetti Baricchi appare meno caustico rispetto a Mendoza che una volta
ebbe da dire «Tutti in Accademia mi dicevano che ero cromofobico, mentre
io dicevo che avevo rispetto per i colori, ed era una cosa diversa»1.
Ecco ripresentarsi la lusinga del colore, votato non alla parsimonia ma
alla simonia. Nei dipinti di Baricchi la gamma si riduce a poche cromie,
bianchi, grigi, ocra, verdi scuro, rossi e talvolta dei blu notte,
colori che per lo più sanciscono i toni del fondo e che per una ripulsa
sono stati ora destituiti da una nera fuliggine, quella del carboncino.
Nelle doppie pagine di un taccuino smembrato, Baricchi forma dei dittici
dando sfog[li]o al puer e a tutta una ridda di “orfani” della pittura.
Bambini taciturni o collerici, accorti o irrequieti, dispettosi senza
per questo essere malvagi (ben altra cosa dai protagonisti del celebre
romanzo di William Golding) nonostante i denti aguzzi siano intrisi di
un rosso sangue che ritroviamo anche su simboli cruciformi. Secondo i
dettami del disegno infantile essi sono macrocefali perché la testa –
spiegava Henri Michaux – è «Dominante, grossa quanto e più del corpo,
che non offre niente di particolare, mentre la testa [...] è la parte
principale, accentratrice fra tutte le parti del corpo»2.
L’anomalia è sintomatica; nella testa si annidano i ricordi, affollati
come abbaini in cui Baricchi è solito rispolverare i cimeli d’infanzia.
Lo stimolo, l’eccitamento della memoria si profonde nei bambini mentre
il bestiario si limita a poche sporadiche apparizioni, decisamente più
compassato rispetto alla norma.
Oltre ai trascorsi di illustratore Mirko Baricchi è stato un avido
cultore-divoratore di comics e cartoons, matrici che si rinvengono nei
lavori attuali, opere eseguite sullo storico Moleskine®, il
leggendario taccuino degli artisti e degli intellettuali europei degli
ultimi due secoli: da Van Gogh a Henri Matisse, dalle avanguardie
storiche a Ernest Hemingway. Compagno di viaggio tascabile e fidato, ha
custodito schizzi, appunti, storie e suggestioni prima che diventassero
immagini famose o pagine di libri amati. Disegni che per una volta
tanto diventano subito di dominio pubblico, al collezionista non resta
dunque che adottare i disinvolti monelli – caparbi congiurati di una
vivace inquietudine... Di un notturno.
1 R. Mendoza, intervista a cura di D. Bigi, Arte e Critica n39,
luglio-settembre 2004.
2 H. Michaux, Inizi, ed. Libro a venire, Cesena 1994.
Tratto da “Domesticherie”, Galleria Il Vicolo, Genova, 2006 |