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Mirko Baricchi di Maurizio Maggiani
Nella
storia dell’arte questa cosa non significherà mai niente, ma non mi
piaceva.
Mi risultava antipatico.
Non per questioni elettive, per ampi principi, ma per come era fatto di
faccia. Lì non ci si può fare niente, se è la prima cosa che constati.
Di chiunque, naturalmente. Dell’idraulico che ti viene a riparare il
cesso e ti ci metti col fiato sul collo, pronto a strangolarlo alla sua
prima conferma della tua prima impressione. Figuriamoci dell’artista di
cui ti hanno messo tra le mani un catalogo.
E giri oziosamente il catalogo tra le mani e la prima pagina che ti si
apre e ti spiega è la foto ufficiale dell’autore.
Aveva commesso uno stupido sbaglio. Volto dell’artista inciso in
significativa ombra. Il Bel Tenebroso. Un genere di errore che è facile
fare in gioventù, ma questo non importava. Aveva speso dei soldi per
quella fotografia, si vedeva. Doppiamente antipatico, li aveva spesi
male.
Chiudere, via, di corsa.
Capita. A quelli come me, “leggère”, che non sanno distinguere, nel
caso, l’opera dal suo autore. Dovessero essere indistinguibili presso la
gente seria, non ci sarebbe più una storia dell’arte, o della
letteratura, o della scienza. Ma tant’è, sono nato in campagna.
Eppure veniva al bar dove ogni tanto andavo io, e lì salutava chi
salutavo io. Non potendo migliorarsi l’antipatico, dovevo essere io che
stavo peggiorando. Cosa possibile. Mi dicevano anche che era bravo;
gente insospettabile. Tutti si peggiora prima o poi, anche gli
insospettabili. Ho visto che la galleria del mio cuore gli faceva una
mostra; ho tirato di lungo. Potenza dell’immagine meccanica, potenza
della carogna che trastullo nel mio cuore.
Ma non importa; si perdono mille incontri per motivi di forza maggiore.
Poi mi sono dimenticato. Poi sono passato dalla galleria del mio cuore,
che è come il lattaio, il fornaio, il tabacchino del mio cuore - e ho
dato un’occhiata a della roba appoggiata al muro. Non sto mai con le
mani ferme. Parlavamo di qualche cosa, di certo niente di artistico; non
so cosa dire di artistico. E intanto maneggiavo qua e là per non
mettermi a fumare in locale inibito.
E ho visto me. Sì. Me.
Io sono quel Pinocchio, io sono quell’uccellino. Tenerezza, melanconia,
memoria, dolcezza, paura.
Io sono lui, lui è me. Lo sono diventato, forse. Burattino con dentro un
bambino. O con dentro niente. O un niente con di fuori un Pinocchio. Lo
vorrei con tutte le mie forze in certi momenti.
Racconto, il mio racconto interiore. In quella stanza così piccola che
ci stiamo a malapena in due. Giusto lo spazio anche per l’uccellino.
Quello che mi fa cip cip nell’anima, quello che mi bacchetta l’anima.
Entriamo, usciamo, a volte ci siamo, a volte no. A volte c’è posto per
uno solo. A volte ci picchiamo per entrare. O per uscire.
Racconto.
Una sedia. Per me o per lui. Non ci stiamo tutti e due. Non ci sto
neppure io da solo se sono bambino, uccellino e Pinocchio tutto insieme;
come forse sono in questo preciso momento. Non voglio starci da solo.
Meglio vivere in piedi, allora. Meglio pensare di poter volare. Volare
come un’anima che se ne va in paradiso. C’è spazio qui dentro, si può
andare su bene. si può restare lassù. Appoggiato come un angioletto
all’angolo in alto a destra di questa vita. Che, eccome che lo so, è
tutta in questo scherzo dell’occhio. Tromp l’oeil.
Un vasto racconto di dentro.
Questa mattina sono andato alla galleria del mio cuore e mi sono fatto
spampanare davanti a tutti i Baricchi che ha. Era come un diario. O
forse un documentario su quello che sento, su ciò che non dico. Parlo
tanto, ma non fino a quel punto. Non fino a quelle stanze, a parlare
dentro quelle stanze. Da un po’ di tempo non ho neppure la forza di
sognarle. Da un po’ di tempo avrei bisogno di stare al caldo da qualche
parte, di farmi un riparo in quella sedia. Imparare a varcare la soglia
e sedermi. Lì.
Forse l’antipatico sì, sa qualcosa. Dovrei parlargli, ma come si fa?
Cosa gli potrei dire di me e l’uccellino. Di me e quell’orizzonte? Che è
fuori, che è qui dentro, che nemmeno lo so? Cosa gli sto a dire? Io ti
leggo? Io ti leggo anche dentro le parole rovesciate. Che è inutile che
le metti alla rovescia, perché ti leggo? Ti leggo perché mi è sembrato
che le ho scritte io, sbagliando il foglio.
E la matita.
il Bel Tenebroso sa qualcosa. Beato lui, sfortunato lui a saperla.
Tratto da “Ex-novo2004”, Ente Fiera di Padova, Padova, 2004 |