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Le immagini distillate della riflessione di Luciano Caprile
I
fantasmi del passato in un gesto, in uno sguardo, in una illuminazione
evocatrice suscitata dal gioco delle ombre o dalle screpolature di una
parete. Un connubio di desiderio e di casualità, di suggestioni
dell’inconscio e di intima evocazione per resuscitare frammenti di
conoscenza, per poter recuperare un aspetto della propria essenza
esistenziale ormai sedimentato, sepolto dallo scorrere degli anni.
Mirko Baricchi riesce ad attivare magistralmente tali emozioni al limite
del rammarico o dell’inquietudine. E’ la materia, è il substrato
pittorico a suggerire il segno calligrafico o la macchia che si fa
figura, accenno di racconto, promessa o minaccia di rivelazione. E’ la
materia distribuita sulla tela come un intonaco sedotto dalle molteplici
stagioni della vita e dalle piccole/grandi metamorfosi del quotidiano a
suggerire il messaggio, la successiva “scrittura”, proprio come avviene
per i magmatici “muri” di Tàpies. Ma per Baricchi si apre a questo punto
un nuovo orizzonte di indagine che lo induce da un lato ad affrontare
una certa esigenza rappresentativa dei graffitisti e dall’altro (forse
soprattutto) a intraprendere una profonda ricerca introspettiva che fa
affiorare una cultura del Novecento da attraversare, da legare al filo
sottile e nel contempo evidente delle rivelazioni.
Egli attua un comportamento persuasivo che ha le stigmate
dell’ineluttabilità. Queste sue fioriture figurali nel tessuto denso di
umori timbrici (come se fosse per l’appunto l’incedere del tempo a
fornire la corposa, calda e carnale consistenza tonale degli strati)
sono delicate e perentorie. Non turbano il substrato informale ma lo
determinano, forniscono una ragione ineccepibile a una presenza ora
ectoplasmatica, ora calligrafica che dichiara decisamente il significato
dell’opera. Il prima esisteva solo in funzione di questo gesto
esplicativo che ci interroga e si interroga in un’angoscia notturna del
buio che ripercorre le tele e ripropone certe paure dell’infanzia che
ora hanno altro corpo e altra evidenza perché assalgono e annullano le
obiezioni della razionalità. Così il suo Pinocchio riannoda l’ombra
punitrice delle favole della tenera età e ce la ripropone come minaccia
per la nostra conoscenza sempre più spogliata di quelle certezze
ciclicamente annullate dall’incedere tecnologico. Altre figure
essenziali si riagganciano quindi ai giocattoli posseduti e ogni volta
reinventati, alle bambole ferite e mutilate che riappaiono come uno
specchio ammonitore e ironico. Ecco giungere dunque l’ironia a salvarci
e a salvare Baricchi dalle trappole del passato, a esorcizzare questo
percorso a ritroso negli anni: è un’ironia dispensata con una certa
parsimonia che ci soccorre magari sotto le sembianze di un orecchiuto
coniglio ripetuto e trasformato nel suo divenire o nei tratti di un
minuscolo triciclo resuscitato per incanto. Invece il cavallo, che
percorre in austera leggerezza o timbra con la sua presenza alcuni
dipinti dell’artista spezzino, sottolinea il piacere del bel disegno,
dell’indagine anatomica e prospettica, di uno sviluppo progettuale che
sembra voler superare sempre i limiti fisici dell’opera ad annunciare un
seguito altrove come per un augurio o per un invito a guardare oltre
l’evento in atto, a progettare un futuro di respiro e di speranza.
Dunque Mirko Baricchi evoca e propone con raffinata e austera
partecipazione questi nostri lacerti emozionali non solo per recuperare
gli agganci più lontani del comune vissuto ma per aprire gli occhi e il
cuore a una contemplazione che non riguarda solo la nostalgia o un
rigurgito di sopiti timori, ma spalanca la via a una riflessione di vita
che non può prescindere da queste radici, da queste ombre, da queste
apparizioni che il quotidiano tende a sopire o ad annullare nella corsa
accelerata, convulsa dell’apparenza e della superficialità. Sono proprio
tali immagini, scaturite dall’impasto materico, a custodire il codice
più autentico dei pensieri e dei comportamenti che ci determinano.
In principio fu la sedia e un ombra. Poi graffiti, favi, api invisibili
e misteriosi coni, un toro blue, pinocchi e cuori al guinzaglio. Poi
orizzonti, profili di città e di mondi deserti.
Un giorno arrivarono gli animali. E il teatro. Forse fu sempre teatro. E
fondo marino.
In principio fu l’ocra e il nero. Poi il blue dello spleen, il giallo
cangiante della sabbia, il rosso, il grigio e finalmente il verde.
In principio lo spazio era immobile. Tutto era fermo. L’ombra, il
graffito, pinocchio.
Solo il toro blue piangeva lacrime d’amore e ogni tanto tirava su col
naso.
Poi successe qualcosa. Correnti? Forse.
Tratto da “Ex-novo2004”, Ente Fiera di Padova, Padova, 2004 |