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P. Fossati
“Renata Boero”, in «Un libro di bordo», Charles Carrer, ediz. Eidos,
1995
La pittura ama sé stessa; e si cerca.
Il viaggio comincia a ritroso: ritroverà la pittura la sua
ombra, e trovata l’ombra,
il cono oscuro, l’invasione di campo della presenza del pittore
che si pone di fronte alla tela per dipingere, per fare tele e
quadri, e srotolarli in galleria di fronte allo spettatore
pigro, ignaro d’ogni viaggio che non sia nella stanza della
mostra, a cose fatte, a quadro eseguito, quando il cono d’ombra
s’è fissato sul quadro ed il pittore lo offre in souvenir del
viaggio compiuto,
il viaggio comincia a ritroso: ritroverà la pittura la sua
ombra, e trovata l’ombra,
risalirà sveltamente la curva di quell’orizzonte che è laggiù, e
non si inoltra,
lui non va verso l’orizzonte, devia di colpo verso un lontano
approdo dove possa dondolare, appollaiata sopra, cioè, a picco,
a perpendicolo, su sé stessa, e andar su e giù,
dondolare appunto
nello spazio,
dolcemente:
su questo spazio che è (proprio questo) del foglio, quello, un
poco più in là (osservare sulla mappa per credere), della tela sul
muro che chiude allo sguardo la visione, sbarra l’occhio?
il viaggio, di corsa prima, per l’emozione dell’avvio, in un
secondo tempo lentamente, poi, trovato il ritmo possibile,
adagio, un passo dopo l’altro
(bastava averci pensato: sedersi di fronte al paesaggio,
appollaiarsi sul sediletto dinnanzi alla tela bloccata alla
parete, e .......)
avanzare, caracollare, svolgere la matassa e
correre avanti; sempre più abili nel non inciampare, nell’andare
senza girarsi di qua e di là, senza chieder notizie o
informazioni, spiccandosi di testa il capo, raccogliendolo
sottobraccio, senza termometro, senza orologio,
con quegli occhiali da sole,
con la testa,
messa in quel modo, di traverso, sottobraccio,
da usare come se fosse la bussola.
Se di un viaggio si tratta, nel caso del lavoro di Renata Boero
pittrice,
come se un viaggio lo fosse per Renata Boero allorché si pone
(dispone, le cose le dispone così onde porsi, disporsi) a
pittare, a dipingere, cioè, per quel che ci riguarda, a fare un
quadro, a preparare un’opera, ad allestire una tela,
come se un viaggio lo fosse per Renata Boero allorché si pone a
anche salire a fin lassù, lungo la scala che sta accanto alla
tela, pronta, la Boero in atto di dipingere, ad afferrare la
barra e a volteggiare,
essere, in quanto pittore, di fronte alla tela,
dinnanzi all’opera,
alla finestra fra finestra e sabbia, sulla riva del cammino
in avanti,
se (insomma) di un viaggio si tratta, nel caso del lavoro di
Renata Boero pittrice,
è a precipizio,
cadendo giù,
arrovesciandosi,
cioè srotolandosi entro la tela, perché,
cioè: onde incontrare, ritrovare, ricordarsi che
la pittura ama sé stessa;
e si cerca.
Il viaggio cioè, per spiegarci infine a dovere, e spiegare il
viaggio,
quello che qui (in questo album di versi, in questo spazio
poetico che poi è lasciato aperto alla pittura) la pittrice
Renata Boero compie dipingendo,
col pittare, coll’avere dipinto,
avendo voluto fare,
con fogli e tele e quaderni ed altre similari salmerie, s’è
compiuto, lasciandosi andare.
Cioè il viaggio prosegue così: guardandosi la pittrice Renata
Boero, alla luce della mente che guarda la Boero che si dispone
a dipingere,
mentre la pittrice nella pittura discende a fare i suoi
obbligati quattro passi della pittura:
poiché ha ritrovata la pittura la sua ombra, e avendola trovata,
l’ombra, cioè
il cono oscuro della Boero, l’invasione di campo della presenza
del pittore che si pone di fronte alla tela per dipingere, per
fare tele e quadri, e srotolarli poi in galleria (“d’arte”,
ovviamente) di fronte allo spettatore pigro, ignaro d’ogni
viaggio che non sia nella stanza della mostra, a cose fatte, a
quadro eseguito da Renata Boero,
quando il cono d’ombra s’è fissato sul quadro ed il pittore lo
offre in souvenir del viaggio compiuto,
il viaggio comincia a ritroso: ritroverà la pittura la sua
ombra, e trovata l’ombra,
risalirà sveltamente la curva di quell’orizzonte che è laggiù, e
non si inoltra,
lui non va verso l’orizzonte, devia il colpo verso un lontano
approdo dove possa dondolare, appollaiata sopra, cioè, a picco,
a perpendicolo, su sé stessa, e andar su e giù,
dondolare appunto e con qualche, opportuna, tenerezza
nello spazio,
muovendosi dolcemente:
in questo spazio che è (proprio questo che ognun vede pagina
dopo pagina) del foglio, quello, un poco più in là (cioè
avanzando nel viaggio; basterà osservare sulla mappa che in
questo album, o libro di bordo, o manuale di navigatore pittorico,
per credere), della tela sul muro alla prima occasione, in una
galleria, appeso alla parete, dove sarà appeso onde chiudere
allo sguardo la visione, sbarrare l’occhio ed accendere la
mente.
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