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Gian Carozzi spaziale di Flaminio Gualdoni
“Sarebbe
un’assurdità affermare che eravamo spazialisti. Lo spazialismo
appartiene a Fontana e basta. Non so spiegarlo ma credo che, sia per me
che per tutti gli altri, la visione dello spazialismo fosse legata a una
sorta di ammirazione e adesione per qualcuno, come Lucio, più vecchio di
noi, che sconvolgeva le regole della buona
pittura”[i]:
così Peverelli sintetizza una vicenda, una stagione, tra le più
dibattute negli anni Cinquanta, e nella pittura del dopoguerra in genere. Le
stesse parole potrebbe sottoscrivere Gian Carozzi, che di quella temperie
fu protagonista tra i maggiori: con l’accentuazione, oltretutto, dell’appartatezza,
della scontrosità naturale e dell’insocievolezza culturale, che ne
hanno caratterizzato il percorso biografico: “Devo dire che mi annoiavo
abbastanza, e capivo ben poco o nulla di quello che si diceva. Le cose che
facevo cominciarono presto a venirmi a noia e a lasciarmi molti dubbi”[ii]. Tuttavia
è là, a quel torno d’anni breve ma fondamentale, che occorre tornare,
inevitabilmente. Anche perché, se la memoria del poi appare così
svalutativa, diverse dovevano essere le sensazioni, gli entusiasmi, le
ansie anche, di quei giorni. Carozzi
giungeva a Milano pittore già tecnicamente maturo, tra fondamentali
accademici, una giovanile passione cézanniana e una prima Damasco
dell’avanguardia: vi giunge per trovarvi senza mediazioni il frisson
d’una cultura internazionale che allora non suonava provincialismo, ma
voglia febbrile di uscire il più in fretta possibile dalle secche
strapaesane della cultura italiana. Essere
“astratti” rappresentava, allora, più che una scelta di campo, una
sorta di conversione fideistica, un modo brusco, non sempre delucidato, di
tagliare i ponti con la tradizione: essa tradizione incarnata, allora,
prevalentemente dal gusto piccolo borghese che si compiaceva d’un
ottocentismo attardato ed edulcorato: quello che transitava da un Ojetti a
un Borgese, per intenderci. Essere
astratti era, allo stesso tempo, molte cose e nessuna, tra MAC, Forma e
geometrismi diversi, maturazioni postcubiste, e i formulari cangianti
della deroga dal sensibile, i recuperi della non oggettività storica come
la curiosità per il già circolante abstract
surrealism statunitense. E c’era, agente forse sottotraccia nel
dibattito, ma ben presente nelle intelligenze e negli ateliers, la
questione del surrealismo, del quale molti dicevano – si pensi al
graffire e segnare automatico del Fontana dei Quaranta, si pensi alla
“irrealtà” di Licini… –
ma del quale, a quelle date, non si aveva contezza ampia e diretta. Ebbene,
proprio una suggestione surreale, una sorta di empirico all-over dalle frequenze tra biomorfe e visionarie, in uno spazio
dalle dimensionalità periclitanti, è Metamorfosi
della Grotta Azzurra, presentato da Carozzi al Premio Golfo della
Spezia nel 1949[iii].
La voglia di tessitura bidimensionale della superficie, le colature certo
debitrici del dripping, il
collidere deliberato fra la trama di tracce rettilinee e il rovellarsi
sinuoso dei segni generatori dell’immagine: e quel ritrarsi pudico
d’un colore smagritissimo, pur di tono così pieno e sottilmente
disagiato, come a esorcizzare da subito la captazione sensuale in favore
d’una suggestione deliberatamente intellettuale: tutto dice, in
quest’opera, che la lezione del “sondare il primordio”, che da
Corrado Cagli viene a Carozzi e agli altri spezzini
del gruppo dei Sette[iv], è intesa dal nostro come
deroga definitiva dal motivo naturale, in una sorta di eccitazione che
coniuga umori di Blake con la nuova pittura internazionale conosciuta nel
1948 alla Biennale veneziana: più del Fronte nuovo italiano, la
collezione Guggenheim e Klee. Al
fianco di quest’opera eccone altre assai affini, come tavola 2 e tavola 4: la prima più
esplicitamente connessa, per via di quel saturnino figurare rocce dalle
genesi organiche che s’impossessano di un trasognato palcoscenico
proiettato su un infinito con pianeti; la seconda invasa da una forma dai
toni ancor più avvelenati, che s’espande a saturare di sé la
superficie. La
portata innovativa, l’alterità delle pitture di Carozzi subito
sottratta alla divaricazione figurare/astrarre che va montando quasi
esclusiva nel dibattito italiano, è viatico prezioso per porlo in
contatto con la galleria del Naviglio, a quelle date l’iniziativa più
impegnata sul fronte del nuovo. Al Naviglio Carozzi tiene una personale
nel 1950, l’anno in cui tengono personali anche Gianni Dova, Franco
Garelli, Beniamino Joppolo, oltre a Jackson Pollock per l’intercessione
di Peggy Guggenheim. La stagione della galleria, è vero, è segnata dalla
cospicua mostra cubista: ma è un fatto che l’irruzione di quei nomi va
prefigurando una situazione possibile. L’anno successivo ecco Deluigi e
Tancredi – ma anche Mirò e Kandinskij, e Klee al Milione: molto deve
certo Carozzi, in questo tempo, alle biomorfie oscure di Kandinskij,
dicono opere come disegno 4 e
disegno 9. In
quel 1951, ecco soprattutto il manifesto spazialista sottoscritto da
Ambrosini, Carozzi, Crippa, Deluigi, Dova, Fontana, Guidi, Joppolo, Milani,
Morucchio, Peverelli e Vianello, in cui si dice tra l’altro dell’arte
come di “forza di intuizione del creato”, quasi a chiosare le pitture
di Carozzi – non solo, beninteso – di quel tempo[v]. Carozzi
è ancora nella mostra Arte spaziale
al Naviglio, 1952, con Crippa, Dova, Deluigi,
Fontana, Joppolo, Peverelli, e tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione, con Ambrosini,
Burri, Crippa, Deluigi, De Toffoli, Dova, Donati, Fontana, Guidi, Joppolo,
La Regina, Milani, Morucchio, Peverelli, Tancredi, Vianello. Da
queste poche note si può evincere l’estrema variabilità di compagine
che sempre caratterizza il fronte spazialista: a conferma che di un
raggruppamento tattico, con forti intenti promozionali, certo si trattava,
all’interno del quale Fontana offriva carisma e patronage, ma ciascuno
operava in sostanziale autonomia. Di
tale autonomia Carozzi fa buon uso, guardando ora (tavola 7, 1952) a ipotesi di formulazione di una primarietà visiva
dal vago sapore antropologico, in cui il segno – un segno ora fortemente
materiato, com’è nelle pitture coeve di Peverelli e di Sottsass, ad
esempio: per non dire delle Spirali
di Crippa – ora alle suggestioni climatiche, di più marcato accento
surreale, delle parallele esperienze nucleari, segnatamente di Dova, come
avviene in lavori come tavola 11,
tavola 12, tavola 15,
tutti del 1952. Quanto
alle poggiature prevalentemente surreali che l’orizzonte tutto degli
spaziali va
precisando, e che di gran momento sarà soprattutto alla metà del
decennio, passaggio fondamentale è un’altra mostra di quello stesso
1952. Essa si tiene all’Associazione Amici della Francia, in quegli anni
sede di mostre prestigiose, e allinea Brauner, Ernst, Duchamp, Lam,
Magritte, Matta, Seligman, al fianco di Aldrovandi, Crippa, Carozzi,
Donati, Dova, Fontana, Joppolo, Peverelli[vi].
Segno che la lettura in prevalente chiave surreale proposta da Joppolo per
la personale di Carozzi nel 1950 è passata ad essere, da “caso” tra
“casi” d’un fervido milieu
pittorico, a frequenza complessiva di ragionamento d’arte, a
prospettiva, anche, di un ubi
consistam storico che riguarda la parte migliore di una generazione
tutta. Scrive,
nel 1950, Joppolo: “Possiamo dire che questo pittore è un pittore
surrealista ma surrealista di un surrealismo che ha saputo seguire il
surrealismo nel suo logico divenire. Difatti i piani, le atmosfere, e
anche gli oggetti, le forme, i movimenti si muovono in una realtà intuìta
esistente ma non controllabile con occhi, tatto, orecchie”[vii]. Un’opera
del 1953, “figura 16”,
indica come nella riflessione di Carozzi il germe intellettuale
surrealista operi ancor più esplicitamente, con l’assunzione di motivi
iconografici e con una sintassi formale per le quali riferimenti certi
sono Ernst e Lam. Poi,
“nel 1959 a Milano il padrone di casa decise d’aumentarmi l’affitto,
era un uomo antipatico, pensai quindi di lasciare l’appartamento. Ma
dove andare? Cambiare per cambiare perché non Parigi?”[viii].
Un altro tempo ha inizio.
[i]
C. Peverelli, Un Milanese a
Parigi, in “Bolaffi Arte”, III, 24, novembre 1972. [ii]
Così, nel ricordo, lo stesso Carozzi: Intervista
a Gian Carozzi, a cura di Ferruccio Battolini, in Mostra
antologica di Gian Carozzi, catalogo, Centro Allende, La Spezia,
maggio 1984. [iii]
Cfr. ora M. Ratti (a cura), Premio
del Golfo 1949-1965. Sedici anni di pittura e di critica in Italia. I.
Le mostre di Lerici 1949-1952,
catalogo, Silvana, Milano 1999. [iv]
Il gruppo dei Sette si presenta alla Spezia nel 1948 in una mostra
organizzata dal quotidiano “La Gazzetta” con Bellani, Carozzi,
Carro, Frunzo, Giovannoni, Guaschino, Porzano. La vicenda è
ricostruita in Premio del
Golfo…, cit. [v]
Il manifesto, con gli altri, si legge ora in G. Giani, Spazialismo,
Conchiglia, Milano 1956, e in T. Sauvage, Pittura
italiana del dopoguerra (1945-1957), Schwarz, Milano 1957: le
pubblicazioni differiscono per l’ordine cronologico dei manifesti.
Cfr. inoltre T. Sauvage, Arte
nucleare, Schwarz, Milano 1962; G. Anzani (a cura), Arte
nucleare 1951-1957. Opere testimonianze documenti, catalogo, San
Fedele, Milano 1980; AA.VV. (a cura), Fontana
e lo Spazialismo, catalogo, Città di Lugano, Lugano 1987; T.
Toniato (a cura), Spazialismo a
Venezia, catalogo, Mazzotta, Milano 1987; F. Gualdoni – P.
Campiglio (a cura), Lucio
Fontana e Milano, catalogo, Electa, Milano 1996; F. Lanza
Pietromarchi (a cura), La pittura spaziale e nucleare a Milano 1950-1960, catalogo,
Galleria Bergamo, Bergamo 1997. [vi]
Su questi aspetti, F. Gualdoni (a cura), Milano
1950-1959. Il rinnovamento della pittura in Italia, catalogo,
Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1997; F. Gualdoni – S. Mascheroni (a
cura), Miracoli a Milano. Artisti,
gallerie e tendenze 1955-1965, catalogo, Museo della Permanente,
Milano 2000. [vii]
B. Joppolo, Gian Carozzi,
catalogo, Galleria del Naviglio, Milano 1950. [viii] Intervista a Gian Carozzi, cit. |
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