Gian Carozzi e le sue realtà fantastiche di Beniamino Joppolo

 

 

Parlare di surrealismo, e di surrealismo soltanto, riguardo ai dipinti del pittore Carozzi, sarebbe troppo semplice, come troppo semplice sarebbe l’accennarne di sfuggita, eludendo a un discorso più inoltrato in questo senso. Ai nostri giorni, dopo tanti anni dalla formulazione del suo programma e dei suoi principi, il termine «surrealismo» ha assunto un significato molto diverso dall’iniziale. La stessa parola, che possiamo dividere nelle sue due logiche parti ( – su – e – realismo – ) non altro viene a significare se non un «reale » spostato su di un piano superiore al piano normale in cui si muove. Ciò sottintende l’impossibilità della «non presenza» di una vera e propria realtà da cui partire e da cui allontanarsi quanto si voglia si ma non mai tanto da perderne le tracce. Il reale cioè deve necessariamente imporre la sua presenza, ma su di un piano ed in una atmosfera che non rientrano nella loro realtà verista. Se poi piano ed atmosfera «non reali» trascinano nel «non reale» anche l’oggetto, allora, a rigore di termini critici, non possiamo più parlare di surrealismo, ma potremo incominciare a parlare di astrattismo. Oggi le idee si sono andate filosoficamente, per fortuna anche nelle arti figurative, sempre più schiarendo, ed allora il termine «surrealismo» incamera anche, nel comune linguaggio, la possibilità di una assenza del «reale» nel senso verista e sensorio per dare al termine «reale» il più giusto significato di «vero» e «veramente esistente» nel senso della conoscenza: non come semplice fatto sensorio ma anche come fatto intellettuale. Questa conquista nelle arti figurative è dovuta certamente all’astrattismo, che, a giusta ragione, ha trovato e sostituito al termine astratto il più ragionato termine di «concreto».

Difatti è innegabile che realmente e veramente esistente non è soltanto la mela che con i sensi vedo e tocco, con un peso e un volume, ma reali sono anche, con un peso e un volume altrettanto controllati e controllabili sempre nelle loro variazioni, reali sono anche una corrente elettrica, un suono, una vibrazione.

E siamo anche nel reale riguardo a surrealismo e riguardo ad astrattismo che nel surrealismo ha un suo padre filosofico. Possiamo anzi dire che la realtà che più oggi ci appartiene è proprio quella di surrealismo e di astrattismo, che possono vantarsi di avere ancora una volta posta l’arte nella superiore posizione di anticipare in sede di intuizione la conoscenza. Se, quando dal poeta fu applicato, alla voce di Salvador Dalì, pittore surrealista, l’aggettivo «olivastra»; se allora questo aggettivo poteva sembrare strano ed irreale, oggi esso appare realissimo e normale, oltre che bello, per il semplice fatto che esso anticipa un dato di conoscenza il quale ci dice che la voce, come insieme di suoni, ha un peso e un volume ed ha quindi una forma, un colore e un sapore.

Il surrealismo d’altra parte non poteva fare miracoli di anticipazione di conoscenza, esso intuì una realtà superreale di piano e di atmosfera ma si arenò riguardo al nuovo concetto di reale nei confronti dell’oggetto che volle lasciare alla tradizione, cioè sensoriamente riconoscibile. Ma quello che oggi in arte va a fermare in forme e in colori oggetti sensoriamente non visibili o toccabili ma pure sicuramente esistenti, quello, quella virtù deve la sua presenza certamente alle basi buttate dal surrealismo. Eccoci a Carozzi. Possiamo dire che questo pittore è un pittore surrealista ma surrealista di un surrealismo che ha saputo seguire il surrealismo nel suo logico divenire. Difatti i piani, le atmosfere, e anche gli oggetti, le forme, i movimenti si muovono in una realtà intuita esistente ma non controllabile con occhi, tatto, orecchie. Questo slancio, questo salto nel «reale intuito intellettualmente» ma reso reale in perfetta geometria di volumi e di colori, gli fa realizzare il quadro più di quanto un surrealista puro (iniziale) avrebbe potuto fare. Il termine surreale aveva a priori inquinata quella regola d’arte secondo cui «reale» in arte è tutto ciò che è reso verosimile, e ciò era avvenuto perché il proposito di spostare la realtà di un piano in su aveva creato nello stato d’animo dell’artista una condizione di fantasticheria timorosa di diventare reale, il che faceva spesso non «realizzare». Rotti i ponti con l’oggetto parvente, ed entrati nella assoluta intuizione fantastica del mondo, tutto può diventare reale, cioè «realizzato», armonicamente, completamente.

Carozzi ha assunta la responsabilità di questa realtà fantastica in tutti i termini della visione, in tutti i mezzi, fino alle sue estreme conseguenze.

Operante in questo senso noi conosciamo oggi Mirò. E per Carozzi si può dire che tutto ciò avviene in movenze veramente poetiche. Alcuni suoi dipinti hanno qualcosa di quella che potrebbe essere chiamata «carta geografica dei sogni» o «dei mondi e degli oceani intuiti negli spazi universali». Anticipano essi una realtà della conoscenza? Certamente realizzano una poesia dell’intelligenza.

 

Presentazione scritta in occasione della mostra di Gian Carozzi alla Galleria del Naviglio nel 1950.

 

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