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Un artista tra orgoglio e timidezza di Manlio Cancogni
Incontrai la prima volta Gian nell’autunno del ’41, in piena guerra. Io ero tornato dal fronte greco- albanese, lui attendeva la chiamata alle armi. Aveva ventun anni. Intanto occupava il tempo dipingendo. La sua dedizione all’arte era totale. Tutto
il resto, compresa la guerra, contava poco per lui. Eravamo
tutti così, più o meno, noi giovani artisti di quegli anni forse un
po’ troppo calunniati. Vivevamo in uno spazio molto angusto, et pour
cause, ma tuttavia pieno di fascino per chi sapeva scavarsi con
convinzione e fedeltà una strada, al riparo dagli avvenimenti. Eravamo,
ho detto, più o meno tutti a quel modo ma fra tutti non credo di aver
conosciuto nessuno come Carozzi così incrollabilmente e tranquillamente
convinto e fedele al proprio destino. Ci vedevamo spesso. Io abitavo a
Sarzana in una pensione; lui nella bellissima casa dei genitori a Lerici,
piena di fratelli, di quadri, di begli oggetti e d’allegria.
C’incontravamo a metà strada. Si andava in giro per la campagna, in
bicicletta, fermandoci a mangiare un po’ di formaggio e a bere un
bicchiere di vino mentre si parlava dell’unica cosa che in quell’«epoca
di ferro» c’era cara: l’arte. Mi
mostrò titubante i suoi primi quadri. Li ricordo tutti e tre
perfettamente, un autoritratto e due paesaggi. L’autoritratto: sotto un
baschetto di un nero vivissimo, due occhi verdi e luminosi brillavano in
un viso biondo e stralunato. I paesaggi: la stessa villa, chiusa da un
alto muro di cinta, dipinta in due tonalità diverse, due ore diverse
della giornata. Ricordo i delicati passaggi di colore, dal carnicino
all’arancione, al rosa, velati, come in un sogno, lontani nel tempo.
C’era senza dubbio Morandi e c’erano anche i romani. Ma c’era già
allora la poesia di Carozzi, la sua volontà di cogliere nelle cose
l’essenziale, l’anima per così dire, di trasformare qualsiasi
fenomeno del reale in un «epifania». Ed era ciò che io stesso ammalato
fino alla midolla di «joicianesimo» cercavo di fare nei mie magri
racconti frugando nei ricordi dell’infanzia. Così
trascorremmo i due ultimi anni della guerra, fino al ‘43 non
particolarmente toccati da ciò che accadeva nel mondo, invasioni,
bombardamenti, carestia. Nel frattempo c’eravamo anche sposati. I fatti
ci dettero un brusco risveglio. Dopo l’8 settembre io scappai da Sarzana
per nascondermi a Firenze; Carozzi si rifugiò fra i partigiani dell’appennino
ligure emiliano. E’
un peccato che egli non abbia mai provato a scrivere. Le sue avventure di
guerrigliero inesperto e distratto sarebbero il materiale di un bellissimo
racconto tragicomico. Tanto
più straordinarie, talvolta quasi inverosimili, quanto meno egli vi era
per sua natura preparato. Un giorno mi raccontò di come sfuggito ad un
rastrellamento in Val di Magra, si salvò dalla caccia che gli davano i
tedeschi tuffandosi in uno stagno, riparando quindi in un canneto dove
rimase nascosto 24 ore, per poi sparire tra filari di fagioli. Così,
passando illeso e distratto di vicenda in vicenda, nell’inverno del
’45 il partigiano Carozzi attraversò il fronte e capitò a Firenze dove
io mi trovavo già da vari mesi. Qui nell’estate, lo folgorò la pittura
di Cézanne, undici bellissimi quadri della collezione Loeschner presenti
nell’esposizione dell’arte francese allestita a Palazzo Pitti. Da quel
momento la sua ricerca dell’essenziale, dell’eterno nelle cose, si
fece ancora più rigorosa e fanatica. Viveva con la moglie e il bambino in
una casa di campagna a mezza costa del promontorio che accompagna
nell’ultimo tratto, prima di sboccare in mare, il corso del Magra.
Dipingeva accanitamente da mattino a sera, mai soddisfatto, disfacendo di
continuo il già fatto. Era deciso a restarvi per sempre. Mentre
la ricerca dell’ essenziale, del duraturo, lo portava gradualmente
all’astratto, il bisogno di indipendenza anche finanziaria, lo aveva
fatto approdare a Milano, dove, per vivere, s’era messo a lavorare nella
pubblicità. Nel ’50 una mostra delle sue pitture alla galleria del
Naviglio su invito di Carlo Cardazzo ebbe un grandissimo successo. Tutto
venduto in pochi giorni, elogi persino esagerati. Con Fontana, Crippa,
Dova, Peverelli e Joppolo fu tra i fondatori dello «Spazialismo»: i
compagni lo consideravano uno dei loro capofila, una specie di maestro. Chiunque
altro non avrebbe esitato a cavalcare la tigre del successo. Carozzi fece
l’opposto. Ne scese subito ritirandosi in un’accigliata solitudine.
Poiché la pubblicità, nella quale si distingueva per originalità ed
eleganza, gli dava di che vivere, non intendeva commercializzare la
propria pittura. Ciò
che aveva fatto non gli piaceva già più. E mai si sarebbe adattato a
ripetersi. Lo
ritrovai in quegli anni a Milano. La vita non lo aveva mutato né aveva
aggiunto un grammo di grasso al suo corpo allampanato. Col suo passo di
vichingo attraversava la città indifferente ai suoi richiami e alle sue
seduzioni. Un
gallerista che aveva visto in casa mia i suoi quadri avrebbe voluto farne
una gran mostra a Milano e poi a Monaco e Francoforte. Era in affari col
mercato dell’arte in Germania che cominciava allora a fiorire. Mi pregò
di parlarne all’amico. Gian non mostrò entusiasmo. Disse che ci avrebbe
pensato. Un giorno si recò dal gallerista ma invece di entrare si limitò
a sbirciare attraverso i vetri. L’uomo non gli piacque. Se ne tornò
via. Mi disse che non avendo esposto da dieci anni poteva benissimo
aspettarne altri dieci. Non mutò atteggiamento nemmeno quando abbandonata
improvvisamente Milano e la pubblicità, nella quale s’era pur fatto un
nome, riparò a Parigi, in un minuscolo appartamento (una stanza, la
cucina e il bagno) in rue d’Assas prima, e poi in due stanzette
all’ultimo piano di un casamento in rue Sophie Germaine, nel 14°. Non
vedeva gente, evitava chi lo cercava; dipingeva e nelle ore libere andava
a spasso nel quartiere. Niente teatro, niente boites, né caffé, né
restaurants. Un povero; ma sempre di un’eleganza e di un’aristocrazia
eccezionali. Mi sono chiesto che cosa ne pensassero i giocatori di «petanque»
del Luxembourg coi quali s’intratteneva a discorrere un po’,
interrompendo la passeggiata. In molti si provarono a stanarlo, fra gli altri Emile Gilioli, lo scultore, allora, parlo degli anni fra il ’60 e il ’70, all’apice della celebrità. Inutilmente. Gilioli lo corteggiò a lungo, sarebbe stato felice di aiutarlo e nel caso di imporlo all’attenzione dei maggiori galleristi. Scontrosamente Gian gli disse sempre di no. Perché? Non lo so. Benché lo conosca ormai da oltre quarant’anni, ho rinunciato da un pezzo a capire il fondo misto d’orgoglio e di timidezza di questo personaggio a dir poco unico. Del resto Gian Carozzi é sotto ogni aspetto, cominciando da quello fisico, inclassificabile. Sembra disceso fra noi dalle regioni iperboree; non credo ci siano nei paesi del nord uomini più nordici di lui. Infine
dopo quasi vent’anni di esilio parigino Gian é tornato a vivere fra
noialtri. E naturalmente ha scelto come sua residenza il paese delle
origini; un lungo itinerario per tornare al punto di partenza come é
giusto che sia per ogni viaggiatore, cominciando da Ulisse, sia dello
spazio fisico che di quello immaginario. Anche la sua pittura dopo una
lunga circumnavigazione nei mari della contemporaneità ha ritrovato la
via di casa. E non lo dico solo metaforicamente. Perché con tutta la sua
educazione cosmopolita Gian é pur sempre impastato con l’acqua,
l’aria, i colori e i sapori della sua terra. La valle della Magra é il
suo paese di elezione; e i suoi quadri vi trovano la loro ideale cornice.
Guardandoli, ripenso ai suoi primi dipinti, a quel lontano novembre del
1941 e mi pare ieri. Presentazione
scritta in occasione della mostra antologica di Gian Carozzi al “Centro
Allende” La Spezia, maggio 1984 |
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