Gian Carozzi di Roberto Tassi

 

 

Sul piano stretto di un tavolo un grande bicchiere, o piccolo vaso, riempito a metà d’acqua, contiene un fiore, una calla; la parete di fondo è scura, la stanza forse buia, se non per una luce violenta che schiarisce i tre oggetti nel primo piano; e il fiore, di quella luce ne assorbe tanta da sembrarne quasi la fonte, bruciato com’è di candidezza, e con un pistillo giallo che affiora dall’imbuto ampio del petalo. Dipinta in sottili variazioni di toni bruni, con una solida evi­denza e forza, plasticità si dice, delle forme che la compon­gono, l’immagine è bella, contiene molta solitudine, è come il ricordo o il pensiero di una donna, tutta patinata di tri­stezza. La Toscana ad un suo estremo confine, dove trapassa in Liguria, è proprio il luogo geografico di quest’o­pera; un luogo di entroterra, non di costa; un’opera amo­rosa, vera, sottilmente drammatica; stretta ad una sua essenza, di cose semplici, di sentimenti segreti, toccata appe­na, pur nella sua chiarezza, da un’ombra vaga di mistero.

Ho descritto un’opera di Gian Carozzi, avendola scelta nel gruppo di quello dipinto, credo, negli ultimi dieci anni, che formano il soggetto di questa mostra. Non conosco, o la conosco solo per isolati e irregolari frammenti, l’opera precedente di Carozzi. So che ebbe successo nell’ambito dello Spazialismo milanese, e mi immagino come poteva essere; so che ha conosciuto un lungo periodo parigino, e alcuni dise­gni a tratto forte di carbone portano il ricordo di Picasso, o la struttura formale, non cromatica, di un ritratto, quel­lo di Matisse. Ma la pittura di questo decennio è passata oltre l’avanguardia, oltre i ricordi dei maestri amati, e si è fissata nella verità di un’immagine che mostra le cose, mostra i sentimenti, come ho detto, solo apparentemente semplice, ma da cui sgorga poesia.

E’ molto coinvolgente il tono di questa pittura, il tono come colore intriso di luce; tocca nel profondo non so quali rispondenze; è un tono che si tiene su sottili variazioni di marroni, di terre, di gialli spenti, con qualche tocco di cele­ste, di impolverato verde, di nebbioso viola. Sembra il tono della pittura novecentesca; ma è il suo contrario. Poiché il dosaggio di luce, entro quelle materie severe, le fa tre­manti, le commuove, le scioglie, le intenerisce. Siamo lon­tani dalle austerità di Novecento; entriamo nelle morbide scontrosità di una materia che delicatamente si disfa e cono­sce solo le pennellate veloci, mobili, prodotte dall’emozio­ne. Pennellate di cuore, se si potesse dire, non d’intelletto.

Ma questo modo di dipingere, questo linguaggio intimo e quasi commosso non è un affondo materico, resta lonta­no da una passione naturalistica e da una luce o un umore naturalistici, che potrebbero ricordare la pittura lombar­da. Trovo una consistenza, in queste opere, da presuppor­re un rigore toscano e un’aridezza ligure; poiché appaiono forti, evidenti, asciutte, mentre si vedono costruite in mate­ria tenera, in delicata anche se nitida luce. Sono come fuo­ri dal tempo, e dai tempi, per essere dentro la poesia, den­tro l’emozione che offrono come un dono. Un paniere di pere verdi, una grossa conchiglia rigata da fili di luce lungo il crinale rilevato della spirale che la forma, un cesto su cui spicca un fiore di magnolia, cinque boccioli di rosa compat­ti e morbidi entro un bel vaso celeste, un ramo fiorito nel bicchiere appoggiato su una seggiola, un violino e un calice, sono alcune immagini di questi quadri; oggetti semplici, nature morte; ma non di quelle usuali, convenute; è come se nel prelievo di quegli oggetti, e nel disporli, nel trovarli, ci fosse un’ispirazione, una verità e già un primo moto di poesia. Che poi si mantengono, e quando il colore, la mate­ria e la luce li rivestono, arrivano a noi, amplificati e intensi. C’è anche un fondo morale in questa vicenda che, nella situa­zione confusa e aperta a tutto in cui ci troviamo, ha risalto e ci tocca in modo nuovo. Dice, questa moralità, che con soggetti semplici, con misura quotidiana, con colore non gri­dato ma estratto dall’intimo, con solitudine intensamente vissuta, si può compiere oggi un’opera il cui fascino, stret­to entro la sua solenne discrezione, non finisce di catturarci.

 

Dal catalogo della mostra “Gian Carozzi, opere 1980-1991”, Galleria Pegaso, Forte dei Marmi, 1991.

 

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