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LO SGUARDO ALLE COSE Intervista di Roberto Lambarelli a Pietro Fortuna su “Arte e Critica” n°52. 2007
Roberto Lambarelli Caro Pietro, tanto per rompere il ghiaccio vorrei che facessi alcune considerazioni, seppure sommarie, sul tuo tragitto artistico, anche se mi rendo conto che è sempre difficile fare dei bilanci. Ma sono passati esattamente trent'anni dal tuo esordio. In questo lungo periodo, nonostante flussi e riflussi d'avanguardia, sei rimasto ancorato, mi pare di poter dire, ad una tua personale dimensione, tanto dal punto di vista formale quanto da quello più strettamente concettuale. Ricordo che in quel tuo esordio esponesti una serie di disegni, di cui alcuni accompagnati da tue dichiarazioni, non tanto diversi da alcune cose che mi hai mostrato recentemente nel tuo studio... Pietro Fortuna Se vuoi che qualcuno dia prova di misura e di buon senso chiedigli di parlare di sé e della sua vita, o di tirare, appunto, le somme, come si dice, di fare un bilancio. Ma, non so quanta dose di saggezza si andrà a mescolare con altrettante parti di temerarietà e trepidazione. Per guardare il passato il tempo deve stare dalla nostra parte, come un alleato fidato che si lascia interrogare riponendo ogni insidia. E questa familiarità vuole tutto il tempo di un'esistenza. E non credo, io stesso, di fare eccezione tanto più che ho dimostrato, attraverso le mie opere e dunque nella mia vita, né di essermi ancorato al passato né abbandonato con remissività alle promesse del futuro. Non ho, dunque, una buona dimestichezza con i ricordi e le previsioni: il tempo è la pazienza che metto ogni giorno nel portare il mio carico leggero là dove sono attratto. Uno spostamento minimo, calibrato e non per questo prudente. Un bilancio deve, invece, essere prudente e tener conto dei molti ancoraggi con le cose che sono intorno a cui non dobbiamo sfuggire per non trovarci a parlare con la nostra ombra. Ma, attenzione, perché i fantasmi esistono! E lungo trent'anni, tanto vale la mia vita di pittore, ho visto passare molte ombre, forse le stesse di cui qualche avveduto soggetto, più saggio di me, aveva profetizzato l'avvento. Ci sono accadimenti che rompono con il mondo, a volte con violenza, ma arricchiscono il nostro spirito; a noi è stato riservato un evento altrettanto eccezionale, ma di segno opposto, la stupidità. Che cos'è la stupidità? Esattamente il contrario della miseria, una dose minima di pensiero per un'inutile grandezza. E avrei delle perplessità a coglierne i benefici. Ebbene se davvero devo continuare, per trent'anni ho vissuto a riparo dalla stupidità. Si intende la stupidità del mondo, anche se la contaminazione non ha risparmiato gli artisti, i poeti, i sacerdoti. Dunque un ancoraggio davvero difficile! Reso ancora meno sopportabile per chi come me già a metà degli anni settanta aveva scelto di respingere ogni forma letteraria o ideologica per praticare una sorta di realismo iniziatico, – come fu definito – un atto testamentario senza alcuna mediazione narrativa. Mentre intorno cresceva il consenso, l'omologazione, il primato dell'inautentico. Sbocciava il meglio di una letteratura affidata al consolidarsi dei generi, che assimilava agli stili di vita anche le interrogazioni più originarie. Si configuravano modelli riduzionisti proposti come i nuovi veicoli di senso per nuove rappresentazioni. In quegli anni e ancora successivamente ho avuto accanto tanti amici generosi con cui ho lavorato e che hanno sopportato i miei pruriti rifondativi. Massimo Minini, Claudio Guenzani, Luciano Pistoi, Giuliana De Crescenzo a cui devo il mio esordio, Annina Nosei, Eva Menzio per citare chi a quel tempo aveva rispetto di un pensiero e che forse ho mal ripagato per un radicalismo che mi rendeva inquieto. RL Se dovessi indicare i tratti distintivi che uniscono la tua personalità con l'opera, parlerei di riservatezza e di impegno. Due termini che, solitamente, non si coniugano con la professione di pittore, quale tu ti definisci. Al contrario, nel corso degli anni, tale condizione è stata omologata alla soggettività di un atto liberatorio ed egoistico. E visto che siamo entrati in questo discorso, vorrei chiederti il perché del tuo insistere nell'uso quasi esclusivo del nero, nella pittura, nei materiali, nella fotografia e in genere nei vari mezzi che usi. PF É difficile e ancora di più nella nostra cultura latina, intrisa di credenze e suggestioni, non assimilare il nero a un sentimento di ostilità verso ciò che è vivo e si mostra nella luce. La luce è nell'evidenza delle cose che poi si danno come occasione alla ragione e il suo declino rende gli animi inquieti e porta le coscienze, depredate dall'ombra, a chiedere un risarcimento. A procurarsi un desiderio. La bile nera alimentava la malinconia nelle fragili vite dei romantici e dei decadenti che ancora oggi con un filo di voce rilanciano le loro stantie metafore e colorano di nero la rivendicazione a un'esclusività sulla morte. Veri professionisti di un crimine sempre annunciato e gelosi attori di un gesto suicida, il coup de theatre che rilancia nell'attualità della finzione il disperato distacco dal mondo. Ma al di là degli ipocriti detrattori di un'esistenza portata al limite delle forze, con l'idea di un mondo che si identifica nella natura e un'umanità tenuta in ostaggio dal sentimento, il nero ha accompagnato ben altri “feretri”. Pensiamo ai nostri tempi alle immagini anestetiche dei concettuali o al formalismo prudente dei mimimalisti che nel nero esprimevano la radicalità dei loro enunciati. Grave senza essere luttuoso, essenziale e innaturale il nero si è aperto una strada nell'iride e si è messo fuori dal cuore. É così che l'ho trovato, severo e depurato di ogni retorica, più che un colore tra gli altri colori è semplicemente inchiostro, vischioso, tenace, tiene in piedi un disegno, è umile. E a ragione dico che non trovo il tempo per usare altri colori al di fuori del nero. Non che sia così occupato, ma, che il nero ha veramente a che fare con il tempo; nel senso che nel nero non c'è tempo. Nelle mie opere ogni cosa si dispone sullo stesso piano e nulla va a sfumare verso il fondo. La figura e lo sfondo non sono attributi di luoghi diversi, ma esprimono nella loro posizione una sincerità che è già la loro irrevocabile radice. RL Registro nelle tue parole un senso, come dire, di continuità d'avanguardia; contro ogni restaurazione vi sento la voglia liberalizzante della cultura moderna, quella delle origini, da Baudelaire in poi per intenderci. Parlavi prima di “realismo iniziatico”, di agganci al quotidiano, al vissuto. Sento – spero nel giusto – una reattività all'apparire, al presenzialismo forzato dettato da una società mediatica, falsamente postmodernista, che pure ha caratterizzato una parte della nostra generazione... PF Tutti conosciamo, stando alle definizioni, come si è venuto a imporre il nuovo scenario dell'arte e come la parabola del post-moderno abbia scalzato l'avanguardia spegnendo nel disincanto e nel cinismo gli ideali del moderno. Non ci conforta, ma va pur detto, che questa forma stanca e parassitaria è soltanto un effetto affiorante, puro materiale di risulta, della lunga tradizione nichilista in cui l'intero Occidente si identifica. Questa impronta è ancora forte e rintracciabile sia in coloro che patiscono la perdita dei valori scontando un lutto che non conosce il cordoglio, ma che sprofonda nella malinconia e nell'inadeguatezza (pensiamo alle cordate manieriste, all'anacronismo sostenuto dalla poetica dell'effimero e l'edonismo suscitato dagli effetti di una distrazione dal mondo), sia in chi cinicamente vorrebbe scuotere l'evidenza della realtà. Questo tentando di rigenerarla con supplementi di vita, praticando un realismo estremo che antepone il folclore dell'apparenza alla nuda presenza del reale che, da autentico motore di pensiero, viene ridotto e reso inefficace a innescare alcuna mediazione teorica. Il mondo che ci viene offerto e in cui l'arte è da sempre ammessa è altrettanto il destinatario dei nostri pensieri e delle nostre opere. Abita qui l'inquieta umanità degli uomini, oggi, come non mai ricattata dalle sue stesse virtù. Dal controllo della scienza, con i primati e le promesse di lunga vita, che da una parte rende inossidabili i nostri organi e dall'altra alleggerisce il globo annientando i disobbedienti. O dall'autorappresentazione del potere che s’impone sulle ragioni dei deboli adottando l'ipocrisia come la lingua comune delle nuove democrazie. A questo punto ci chiediamo che possibilità abbia l'arte di opporre un rifiuto non negoziabile a un'esistenza così disumanizzata? Si sono spese teorie e prefigurato scenari apocalittici. Dalle tesi adorniane sull'irrappresentabilità, alla strategia della deriva in Debord, per non dire degli infiniti necrologi sulla morte dell'arte. Invece, il problema dell'arte oggi credo sia la sua buona salute, un vitalismo travolgente che non risparmia le forze pur di apparire e intrattenersi con una realtà condivisa, pur di mendicare un riconoscimento. Il mio contributo è di guardare l'arte attraverso il rifiuto del mito letterario e il superamento del conformismo prodotto dai modelli di rappresentazione. Uno sguardo privato di visione che va alle cose senza enfasi, senza il soccorso delle convenzioni narrative, ma unicamente come testimonianza. Un realismo iniziatico inteso come accesso a una forma di vita in cui l'arte, depurata dalle promesse dei linguaggi e irriducibile alle parole, si mostra come gloria dell'inessenziale nella misura scandalosa del poco. È qui che si fa esperienza del bene, non più un predicato, né un attributo morale; nella sua estensione a ebbene, imprime un arresto, uno stare che non è attesa ma fa della pazienza pensiero di fronte all'irreparabilità del reale.
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