Sul "paesaggio" del corpo

Dall'orizzonte spira una leggera brezza, è un alito fresco che sale dal mare, muove le fronde alte degli alberi e si adagia nel bianco delle tende. La gonfia come vele di antichi vascelli, facendo ruotare i pizzi nel candore di una luce azzurrina come veli di ballerine, simulando i passi di una danza sul bordo del davanzale, sulla soglia bianca di marmo sulla quale si distende il paesaggio della costa.

Nella stanza il mormorio delle immagini fa compagnia al leggero graffiare della matita che le depone sul foglio, sulla tavola; la matita, morbida di grigi che modulano la pressione delle dita, corre sull'increspata superficie della carta, o insegue le venature del legno, ora esaltandone i nodi, divenuti vistosi punti neri, ora incidendo un volto di donna dentro la fitta rete di linee, nel reticolo del chiaroscuro. Il corpo si dilata nell'ombra nera che riempie la superficie; è il volto luminoso, a dare alla forma il corpo, la materia vibrante della vita, che l'artista narra nel luminoso susseguirsi dei riflessi sulle perle che profilano il collo.

Anni fa, scrivendo delle opere realizzate da Galliani nei suoi lunghi soggiorni a Ravello, osservando che l'artista aveva visto Parsifal sospeso sul filo luminoso di perle che brillano sul mare, scrivendo di come egli avesse seguito la trasparente immagine che scavò nell'antro del suo cuore, sguainando, come nel poema di Chrètien de Troyes, in alto la spada.

ravello è, secondo la feconda immaginazione di Wagner, il luogo magico del racconto, il territorio delle avventure di re Artù, la misteriosa terra del Graal: uno spazio senza precise coordinate ove è possibile dar vita ad un infinito racconto di visioni.

La sanguigna vela di nostalgia i contorni del paesaggio, trascinato in avanti dal vento e lasciato affiorare nei riverberi dei raggi del sole, sulla superficie luminosa del vetro. porta con sè le ombre cupe delle torri, dei campanili intrecciati agli alti cipressi che fanno da guardia alla dimora che un tempo fu di Landolfo Rufolo. Il contorno delle sue figure, Galliani l'ha raccolto dal sogno, come una figura della notte, un amore elettivo bretoniano, un nadir che vola alto nei cieli dei desideri, svelando la seduzione, come Narciso (Galliani stesso) scopre nello specchio dello stagno ( nella trama della pittura) la sua immagine.

L'artista ricompone sul foglio la lenta ed ossessiva rigenerazione di quanto con pazienza ha osservato nella cornice di quella terrazza, Ravello, spalancata sul Mediterraneo, cercando di plasmare (lo fa con il pollice della mano o con la gommapane) l'imprendibile materia del disegno: è questo il modo per ancorare il tempo interiore a quello della contemporaneità, cercando, cioè, di indagare una costante volontà che permetta "alla pittura - scrive Michel Leiris a proposito di André Masson - di vivere la propria vita".

Il segno della grafite che in Galliani assume un valore pittorico, ci svela l'immagine, la sua lontana e misteriosa nascita, le sue potenziali capacità emotive ad evocare, a far sprofondare la realtà che ci circonda, ma anche a misurare l'affanno dell'occhio che la rincorre nella mente, nel tentativo di restituirle i contorni della fisicità.

La figura come anche il motivo del paesaggio che Galliani ha spiato dalla terrazza di Ravello, sono assunti quali tracce del suo lungo errare nelle pagine dell'arte: è un evento particolare che lo trascina in uno spazio animato dal frenetico pulsare di presenze, di temi, di allegorie, di suoni che l'artista traduce in partiture di luci preziose sospese sull'immagine.

Il paesaggio dei declini incantati e magici dello "scenario italiano", i sentieri tracciati dalle linee che incorniciano un volto o il corpo luminoso di una figura (immagine fatta affiorare dalla "terra dei fantasmi" o meglio dall'inconscio), sono per Galliani le tappe di un ulteriore viaggio nel territorio della pittura, oserei dire il pretesto per sporgere il proprio corpo nelle "arie" di una storia futura, come un moderno viaggiatore, aprendo la retina alla visione di figure che affiorano da racconti, da intimi dialoghi con le immagini del quotidiano. Le sue opere, le carte e le tavole che perimetrano lo studio di Montecchio Emilia, respirano il sospiro che muove e fa vivere i corpi trasparenti di impalpabili ricordi, le ombre che addensano brani di viaggi dello sguardo, del suo correre nella realtà sensibile delle cose, nelle atmosfere di paesaggi abitati da immagini che quell'anima alla quale guarda Jung. E' la personificazione di quei sentimenti non ben definiti, vaghi, dai contorni imprecisi che segnalano l'irrazionale, "l'amore di sé - osserva marie Louise von Franz - il sentimento della natura, e l'atteggiamento nei confronti dell'inconscio". Galliani spinge, come gesto d'amore "di sé" affinchè l'anima trovi un corpo nelle venature del legno, delle porose o ruvide superfici delle carte, nella "terrosa" materia del pastello nero, nella natura minerale della grafite. L'amore, scrive Iosif Brodskij, "è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto".

 

Massimo Bignardi

dal catalogo della mostra di Solaro 1999

 

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