Epica e lirica in Omar Galliani  di Vittorio Sgarbi

 

Un mistero svelato che conserva le apparenze del mistero: così appaiono le ultime travolgenti opere di Omar Galliani. Testimonianze di un virtuosismo di cui l'artista aveva dato prova in modo costante nel corso di più di due decenni, attraverso diverse "maniere". La serie che oggi si espone nella sala del Cenacolo adiacente agli ambienti "politici" del Palazzo di Montecitorio è di formidabile coerenza e di eccezionale difficoltà. Superfici splendenti, in un nero di matita fitto come la trama di un tessuto, sulle quali si incide il disegno così tagliente come soltanto consente una punta di diamante sul vetro. Muove Galliani una spinta eroica, un'assoluta consapevolezza del primato e della dignità dell'arte, una tensione verso il sublime. Figure solitarie, infinite, variate proiezioni di Narciso in un intimismo dilatato, amplificato fino al limite del monumentale, di un "fare grande", in una contraddizione perfettamente risolta forse anche in virtù della tecnica laboriosa, faticosa, che richiede una dura disciplina, imponendo l'attenzione e l'ammirazione di chi guarda.

Stupore, meraviglia, così come nell'estetica barocca, sopravvanzano l'intenzione e l'ispirazione dell'artista. E Galliani riesce a dare larghissimo respiro, fiato epico, non solo per le dimensioni ma per la soggezione che impone, alle sue meditazioni liriche, sfinite, decadenti. Raramente epica e lirica sono convissute in una così compiuta armonia. Come espandere un sonetto di Petrarca in un canto della Gerusaremme liberata? Da un lato, infatti, sia per le opere passate sia per questo ciclo, Galliani riconduce alla mente le grandi imprese pittoriche di Giambattista Tiepolo, affreschi e tele in cui anche l'esaltazione della fede diventa mitologia, euforia delle forme in un assoluto compiacimento della rappresentazione artistica. Tiepolo: e non risulterà strano il riferimento al grande artista veneziano, per chi conosca la felicità della mano di Galliani e la ritrovi potenziata e innalzata in questi graffiti. E può sembrare perfino una coincidenza ricercata la esposizione di queste opere poco lontano dal grande fregio dell'Aula di Montecitorio. Grandiosa impresa con cui si apre il secolo nel segno di un medesimo virtuosismo, quasi un ponte gettato fra Tiepolo e Galliani. Nè so quale altro artista, a rischio di retorica, possa avere in questi anni difficili cercato una sfida così alta, in diretta anche se involontaria competizione con l'artista più dotato e più infaticabile, quasi in una inutile gara con le avanguardie, allora come ora: il fluviale, inarrestabile Sartorio. E abbiamo così dato i parametri esterni o forse anche psicologici del Galliani pittore di storia, ufficiale, e forse non per caso celebrato oggi con una mostra proprio a Montecitorio.

Il mto, la "fabula", la musica, in un continuum wagneriano da un quadro all'altro, stabiliscono queste affinità, così come quella con l'equivalente verbale, esteriore e insieme lirico, di Sartorio ieri come oggi di Galliani, che è Gabriele D'Annunzio. Ma resta una dimensione misteriosa, segreta, dove si difende l'emozione prima, il turbamento, la psiche di Galliani. e qui, meglio che nelle opere precedenti, si rivela, in questa ricerca paziente, auto-analitica. Mai come in queste opere si era manifestata la poetica neosimbolista di Galliani fino a tentare, come nelle "corrispondenze" baudelairiane, la ragione matematica, geometrica dei sentimenti.

Anche le emozioni sono un teorema, possono essere dimostrate con una formula, così come l'architettura sublime di Michelangelo, inarrivabile paradigma di emozioni provate e comunicate, si definisce sulla carta in un progetto razionale. Dunque i sentimenti hanno una cifra, possono essere totalmente espressi così come l'Etica di Spinoza, "more geometrico demonstrata". E allora Galliani lo dichiara con assoluta chiarezza; e in quel mistero si può trovare anche memoria del più algido e sottile simbolista, impedito all'epica: Ferdinand Khnopff. Galliani "rivive" Khnopff, virandolo in nero, non il nero del lutto ma il nero dell'estasi, un nero luminoso, trasparente. Luce e ombra coincidono. Le cose più lontane si avvicinano nell'opera di un artista tanto audace e tanto valoroso. Così che, con André Gide, si può ripetere non: "gli estremi si toccano", ma: "gli estremi ci toccano".

dal catalogo della mostra alla Camera dei Deputati 1997

 

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