Dal cuscino dei disegni

 

La grammatura del disegno ha la stessa valenza del tempo; un continuo sovrapporsi di strati. Un punto ribollente di imminenza, compressione del corpo universale in una vena del braccio, pronta a zampillare e a far scaturire il sangue dalla bocca e dal collo del foglio. II disegno inoltre attraversa e si riattraversa senza esclusione di colpi; brilla in un punto per poi sparire nell’ombra del foglio ripiegato. Anziché conoscerlo (il disegno), vorrei appartenesse al segreto e rinunciasse alla sua parte di luce nel mondo. Esiste da parte mia una spina iniziale, un rifiuto appuntito di lasciar cominciare la storia, ma forse non si può celare ciò che essa rivela, dal momento che il suo compito è proprio quello di mostrare, a di là dell’apparente «no» in cui vorrebbe rifugiarsi. Parlo del disegno come di un «corpo» a sé, distante dal mio, in quanto al di là del corpo che lo guida; esso si annida negli anfratti della memoria e del disperato tentativo di riappropriazione per infrangere le regole a cui la storia lo aveva destinato. Ma il disegno guarda e ripete se stesso, si rilegge e ri-trascrive, liberandosi dalla pelle della pittura che lo celava, restituendo così al nostro tatto, la vera freddezza del marmo, la trasparenza della seta, la ferita del cristallo sul seno di una vergine. E’ importante che il braccio resista ai violenti attacchi del disegno, se vogliamo ancora una volta leggere la trama del foglio e ciò che lo regola, dall’esterno all’interno. Quante pulsioni cardiache occorreranno prima che la polvere di grafite raggiunga il margine del foglio?

Al fondo di tutto questo sopravvive ancora una volta il desiderio del corpo nei confronti dell’altro, ed è in questa continua attrazione/repulsione che matura la frenesia del possesso della copula estetica. E’ lo sguardo malinconico tagliente che si annida tra il vetro e la cornice che ci richiama al desiderio, che rimuove le ghiandole salivali del possedere. Forse è infrangendo quel cristallo e impadronendoci di quello sguardo e soltanto se ci saremo punti il pollice e l'indice riusciremo a capire il vero senso di questo linguaggio (il disegno) che ci assilla e sospende il respiro ogni qual volta lo si interroghi

Sono sempre lontani i disegni degli altri e mai come oggi non sento il bisogno di cercarli. E poi quante volte te lo debbo dire che di notte potrebbero farti male gli occhi nel cercare i contorni e le macchie prima di cadere sul guanciale stordita dal sonno.

"primo disegno"

"L'ANGELO DI MEZZOGIORNO ERA IN UN CARRO TRAINATO DA DUE CAVALLI BIANCHI LE CUI REDINI AVEVANO IL COLORE E LA LUMINOSITA' DELL'AURORA. L'ANGELO DELL'ORIENTE, VESTITO DI PORPORA, E L'ANGELO DEL MEZZOGIORNO, VESTITO DI GIACINTO ACCORSERO COME DUE SOFFI E SI FUSERO INSIEME".

Ti ricordi questi disegni, erano di china scura, forse seppia fine, cosparsa di mica e di porfido ti allontanasti dal sole per l'ombra lasciando impalpabili segni su quell'umida pagina che il mare divora e ritorna in continua armonia.

Che un bicchiere d'acqua frizzante abbia aggiunto trasparenze nuove al rosso scarlatto impiegato tra i neri d'avorio ed i petali della carta d'oriente è una cosa buona, d'altronde è sempre lì che bisogna cercare, il disegno è trasparenza.

Oggi me lo hai detto che sul soffitto di tanti anni fa proteggevi una muffa di salnitro bianco che sul rosa del tinteggio e il grigio dell'intonaco non ti dava pace e di notte inseguivi sempre nuove storie.

"secondo disegno"

"LA CIMA DI QUESTA ROCCIA, DIRITTA VERSO IL MARE, SI ABBASSA GRADUALMENTE VERSO L'EST E SI UNISCE ALLE CASCATE PER MEZZO DI VALLATE DISPOSTE A GRADINI, NELLE QUALI IL FREDDO NON LASCIA CRESCERE CHE BRUGHIERE ED ALBERI MALATI".

Questo mi raccontasti di aver visto l'ultima volta su quel soffitto e di aver soffiato sul rosa del tinteggio per scoprire ancora un po' di quella storia.

Il disegno è attorno e gira parallelo o verticale in un volo sospinto da un vento più forte. Quante volte hai disegnato controvento? Dovresti provare, è un'emozione assai forte sentire il tratteggio accanirsi sulla carta fino ai bordi dove le macchie si espandono larghe e sfrangiate.

"terzo disegno"

"L'UCCELLO CHE HA LE ALI DELL'AQUILA E LE ZAMPE DEL LEONE, UNA TESTA DI DONNA E LA GROPPA DEL CAVALLO, L'ANIMALE SI E' PROSTRATO, TI HA LECCATO I PIEDI ED E' VOLATO VIA".

Ti è scivolato così tra le mani l'ultimo disegno prima di invocare il sonno che tra i capelli e l'argento lascerà interrotto il suo destino e il nome. 

Il mio nome.

Omar Galliani

 

dal catalogo della mostra alla Casina Pompeiana di Napoli 1999, Electa

 

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