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MOSTRA/
CASINA POMPEIANA
«Blow
up» per descrivere la giornata di una donna nei dittici di Omar Galliani
Una ragazza
in minigonna e un uomo dai capelli brizzolati appaiono - in lontananza -
tra gli alberi. Che cosa stanno facendo? Che rapporto c’è tra loro?
Questa scena è fermata dall’obiettivo del protagonista di Blow up di
Antonioni, il quale, grazie alla tecnica della scomposizione e
dell’ingrandimento fotografico, capisce che, dietro quella situazione
apparentemente insignificante, si celano infiniti enigmi... Un’analoga
tecnica di ingrandimento e di analisi dei dettagli è all’origine della
ricerca di Omar Galliani, il cui recente ciclo di opere «Sette Mantra per
Laura» è in mostra a Napoli presso la Casina Pompeiana (fino al 30
settembre). Sono otto lavori su tavola eseguiti tra il 1997 e il 1999,
composti da due parti: mentre il pannello di destra è realizzato a matita
e carboncino, quello di sinistra è in sfoglie d’oro sovrapposte.
In questi
dittici di grande dimensioni - i quali costituiranno il nucleo centrale
della retrospettiva che, nel 2000, sarà dedicata all’artista emiliano
dal Museo d’Arte Moderna di Pechino - viene evocata la giornata
qualsiasi di un personaggio femminile. Ci troviamo in un universo opaco,
scandito da ritmi lenti. Di Laura - la donna raffigurata - sappiamo molto
poco. La vediamo salire le scale in maniera sensuale, con la testa
reclinata, con le spalle girate, con il collo dolce, velato da una collana
di perle. Nient’altro...
Pur salvaguardando una dimensione narrativa, Galliani non descrive mai. Le
sue opere somigliano a zoom lanciati nell’esistenza di una donna, in una
quotidianità vaporosa. Analogamente al protagonista di Blow up, egli non
offre del reale una visione completa e chiara: preferisce mettere a fuoco
frammenti, particolari. Le scene dipinte sono poste su un sottile confine:
tra luce e ombra, tra apparizione e sparizione, tra volontà di esprimere
il dinamismo della vita e l’impossibilità di farlo. Galliani si muove
su due piani: per un verso, esalta e dilata i dettagli, attuando un
ingrandimento smisurato; per un altro verso, invece, riduce e comprime
l’orizzonte delle scene, soffermandosi solo su pochi fotogrammi. A tal
fine si serve, con maestria, di una tecnica difficile come il disegno, che
da lui è concepito come un linguaggio autonomo. Esso consente di aderire
perfettamente al reale, di restituire l’unicità delle sensazioni, di
assicurare il possesso del visibile, di esaltare la forza del chiaroscuro,
del tratteggio.
Galliani dipinge come i pittori del passato: ricerca nella storia della
pittura dei secoli trascorsi un repertorio ampio, che rivisita e reinventa,
attuando la convergenza tra memoria e coscienza. Eppure, - a ben vedere -
vi è molto poco di conservatore nella sua ricerca. Egli non dà vita a
lavori ”chiusi”, rifiniti in ogni parte. Mira a far emergere una sorta
di non-finito, di disequilibrio. Le imperfezioni e le venature del legno
che costituiscono la base dell’opera non sono affatto eliminati. Al
contrario, hanno un ruolo centrale nella tessitura del quadro: le rughe
del legno si confondono con il volto della donna rappresentata.
A differenza dei pittori anacronisti, Galliani arriva a mettere in
discussione l’idea stessa del quadro. Le sue stele sono dotate di una
profonda forza plastica: due tavole di legno sono tenute insieme da una
struttura nera, poggiata su basi di ferro. I pannelli sono posti l’uno
accanto all’altro, ma sono indipendenti. I versi scritti in sanscrito
della preghiera mantra che riempiono le tavole di sinistra non descrivono
né commentano la storia di Laura.
La scrittura non dice la pittura: è essa stessa pittura. Si pensi alla
grande tela dedicata a Napoli esposta, dove l’immagine del Vesuvio è
sormontata da grafie indecifrabili. È, questa, l’ultima tappa del
viaggio segnico di Galliani, le cui opere - ha scritto Flavio Caroli -
appaiono come specchi capaci di filtrare «infinite nostalgie di una
bellezza intatta, stellare».
Vincenzo
Trione
Il
Mattino - martedì 21 settembre 1999
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