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Bellezza, Biologia, Bionica di Italo Tomassoni
"Il sonno della ragione genera mostri" scrive Goya incidendo il fiotto di sangue che sgorga dalle teste mozzate dei "Disastri della guerra". Lo stesso motto, con eufemismo affabulatorio, le creature mostruose legate a un destino di dualità nell'uno, alla distribuzione impazzita di organi unici tra due semicorpi. E "siamesi" ha intitolato Omar Galliani la serie dei grandi disegni di soggetti che coabitano coattivamente nella sigillata eleganza delle sue ultime tavole. Esperto di creature angeliche; cesellatore di temi cosmologici nelle cui geometrie si diffonde il profumo e la musica dei mantra tibetani, Omar Galliani guarda ora con gli occhi impassibili di una sapienza asiatica, la creatura che gode nell'esaltazione tragica della sua condanna alla bellezza. Come in una criptografia esistenziale, allestisce un défilé di figure dell'orrore zoomorfo, arcani maggiori dell'armonia che introducono ad un'araldica di figure strazianti, autogenerate per clonazione. In quei tarocchi del destino, la perfezione compositiva non immette nel compiacimento dell'atto creativo fine a se stesso ma diventa lo strumento implacabile di uno squartamento attuato senza spargimento di sangue. Il nodo, o il giunto dal quale il doppio sembiante si diparte, è il sigillo dell'errore genetico, il luogo della suprema tortura e del godimento estremo, che impasta tutto l'amore e tutto l'odio di cui è capace l'atroce ossimoro del Cottolengo del sublime. Per penetrarne il mistero si può riandare al tema del doppio (eco, riflesso, araldica) ai soggetti autoreferenziali e alle mise en abime che ne deriva. In qualche modo, anche Galliani suggerisce questa chiave di lettura riproponendo come incipit del grande DISEGNO siamese (concepito quindi come un unicum seppure formato di molte parti e su cui ha scritto recentemente parole sognanti Giorgio Soavi) una sua "Annunciazione" del 1974, esempio dell'immagine riflessa e duplicata, che si compone nella simmetria e nell'allusione concettuale. E tuttavia, già in quella precoce prova, vi era qualcosa di premonitorio: il riflesso, la doublure, non erano il prodotto di un rispecchiamento puramente narcisistico ma la conseguenza fisica di un assorbimento di energia, un furto d'anima da parte dell'immagine che il fantasma di se stessa esercitava sulla propria matrice in una sorta di vampirismo. Arte come corpo a corpo, polemologia della bellezza, autofagia, bulimia. Questo era lo scenario che si preannunciava con grazia e nel quale Omar Galliani si è incamminato da allora. Nelle tavole del disegno siamese, quel processo è pervenuto alla raffigurazione di se stesso: è il disegno che, in se stesso, si raddoppia. La forza espressiva che si sprigiona dalla prigionia biologica delle figure rappresentate è data dal raddoppio fisico di una condizione contemporaneamente preumana e postumana (mostro mitico biotecnologia, bionica, corpo macchina ecc.) e, attraverso il corpo, riapre il discorso del rapporto tra naturale e artificiale, tra la tecnica e l'uomo, tra l'arte e se stessa. Heidegger ha ammonito che la tecnica uccide l'uomo perché lo rende oggetto di essa spostandone lo sguardo dall'esistenza alla scienza. Su questa inconciliabilità radicale ha fondato il convincimento che la tecnica consuma il distacco dell'uomo dall'uomo. All'interno di questa filosofia Omar Galliani dimostra, nelle sue recenti opere, che l'arte, attraverso la bellezza, può trasfigurarsi non solo come natura ma anche come contronatura. |
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