Un'anfora piena di emozioni per Giuseppe Maraniello    di Danilo Eccher

 

            Non di rado, ponendosi dinanzi ad un'opera d'arte, si è attratti da una sorta di morbosa curiosità che non si lascia sopraffare dal racconto né si esaurisce nell'immagine, una curiosità insistente, subdola, un po' ossessiva che chiede ragione dei vuoti e delle ombre, che s'interroga sulle assenze. E' un bisogno istintivo ancor prima che un'esigenza analitica, un'acuta e fastidiosa insoddisfazione che reclama un tempo più dilatato, ove lasciar scorrere lo sguardo indiscreto nelle segrete fessure di una narrazione tutt'altro che palese e svelata. Non si tratta, insomma, della naturale emozione che si prova al cospetto di un'opera d'arte ma di un prurito inspiegabile, il sospetto inconfessabile che l'artista abbia confuso e celato nelle immagini, altre e più silenziose tracce narrative. Ciò capita, ad esempio, in alcuni dei più alti lavori di Marc Chagall, dove, tralasciata una certa visionarietà accattivante e seduttiva, l'occhio si posa sul silenzio carico di sorprese dei densi cieli, o nei dettagli decorativi ai quali è assegnato il ruolo discreto della memoria. Allo stesso modo, l'ossessivo annullamento visivo di Robert Ryman suggerisce alla visione il sottile protagonismo dei bordi che corrode il silenzio maniacale dell'opera. Così per le 'Amalasunta' di Osvaldo Licini o nella rapsodica grafia di Cy Twombly, o ancora nell'eleganza barbara di Richard Long e nel panteismo magico di Wolfgang Laib. Non si tratta di assonanze linguistiche né tantomeno di riferimenti stilistici, è più semplicemente un'attitudine interiore, una sorta di carattere distintivo che guida la ricerca artistica nei luoghi dell'assenza e della lateralità. E' un po' come volgere l'attenzione oltre la piccola cascata del ruscello e scorgere, appena al di là dell'immagine, i vortici e i gorgoglii dell'acqua in agitazione. La narrazione si dispone così alla luce di una frammentazione che, rinunciando ad un'unitarietà forse troppo scontata, indica nuovi percorsi e scorge nuovi panorami.

            In quest'ottica è possibile leggere anche l'arte di Giuseppe Maraniello, soprattutto in quel sottile equilibrio lungo il quale si dipana un racconto ambiguo e una figurazione simbolica.

Tutto l'impianto narrativo sembra svilupparsi lungo le linee di un'evidenza figurativa che accende l'emozione di una memoria classica e di una visionarietà mitologica. Le immagini si compongono con sottile eleganza, seguendo il ritmo di un'armonia semplice, familiare. L'opera si presenta nella trasparente purezza di una narrazione facile e lineare. Anche quando l'artista introduce l'elemento simbolico, ciò avviene come un suggerimento dolce nell'ambigua duplicità del 'Sagittario', o nella sofisticatezza androgina di una sessualità eterea. E' l'immaginario iconografico di una classicità con cui l'arte non ha mai smesso di confrontarsi, è la consapevolezza di una dimensione storica che non dimentica le sue tracce. Bagliori di un'antichità che s'intuisce nei frammenti iconici, nelle forme e nei simboli di un'arte che, attraverso la memoria, accede al mondo visionario e fantastico del mito. Ciò avviene con la leggerezza della fiaba, con la suggestione  discreta della leggenda che conduce per mano lungo i racconti più improbabili eppure mai tanto concreti e veri. Non si tratta per Giuseppe Maraniello di compiacenza nostalgica, anzi, tale patrimonio di emotività è per lui lo strumento narrativo più efficace per incidere il complesso sipario della contemporaneità.

La scelta di un codice linguistico essenziale e poeticamente riconoscibile, ha permesso così all'artista d'inserirsi, già dalla seconda metà degli anni Settanta, fra i più attenti e sensibili protagonisti dell'arte contemporanea in Italia. Il piacevole e rassicurante scorrere delle immagini, svaporata la patina di superficiale accondiscendenza, testimonia una solidità poetica e un rigore intellettuale che non necessitano di stupefacenti clamori o di provocanti sussulti. E' un'arte che traccia silenziosa i percorsi dell'anima, un'arte che raccoglie colorati simboli e profumate alchimie e che sprofonda nell'enigma del mistero senza accettare il baratro di un'oscura e cupa allucinazione. Insomma, Maraniello abita la contemporaneità lontano dai luoghi comuni di un'ostentata eccentricità, fuori dal vortice dell'esibizione momentanea. Il salto che la figura spicca in molte sue opere non è solo quello oltre la frattura del linguaggio, è anche un balzo fuori dall'opera, è un suggerimento a rendere più profondo  e decisivo lo strappo, e quindi più ampio ed esteso il salto. Ma proprio questo taglio consente di scorgere nel linguaggio scultoreo, molteplici piani interpretativi, dai quali risulta una sorprendente articolazione narrativa e un complesso spessore concettuali. Ancora una volta il racconto si propone come schermo oltre il quale si accede ai territori fantastici dell'incanto e della poesia. E' la dimensione letteraria che s'impossessa delle figure e lentamente le spoglia degli abiti più colorati e accattivanti per rivestirle dei veli trasparenti di una più sussurrata poesia. Oltre l'immagine immediatamente riconoscibile, si scopre così una visionarità stupefacente che anima le assenze e scuote i vuoti plastici dell'opera. Così, lo sguardo muto di un 'Diavolo' si accende di un'infantile attrazione e di un desiderio di conoscenza che non può arrestarsi all'immagine, che non può frenare le proprie domande sul segreto conservato nella solennità delle 'Anfore'. E' la stessa struggente emozione che si coglie nell'intima e segreta lotta compiuta dalle figure mitologiche, quella loro costante attrazione e repulsione, quell'abbraccio sofferto e doloroso che allude ad una irrisolta dicotomia esistenziale dagli esiti imprevedibili.

E' lotta di uomini e di idee, guerra di pensiero, battaglia di coscienza, alternanza di vittorie e sconfitte con cui l'Io scandisce la propria vita e scrive la propria storia. Il pieno della scultura è avvolto dal fremito del vuoto dello spazio, l'assenza accarezza la sua forma e ne completa la fisionomia.

Il corpo dell'opera si concede al tempo e alle sue mutevolezze: sale e zucchero segnano il ritmo di un processo alchemico che è rito di fertilità e, contemporaneamente, consapevolezza di transitorietà. Nascita e Morte sono le espressioni contrapposte di un'oscillazione esistenziale che cerca di sfuggire alla tragedia del vuoto dell'irrappresentabilità e al silenzio dell'impronunciabilità.

Il linguaggio scultoreo, in questa prospettiva, non necessita più di un protagonismo plastico solido e ingombrante, Maraniello traccia nello spazio semplici linee volumetriche che catturano il 'non-detto', corde sottili che sezionano il vuoto e che disegnano nello spazio le immagini di una poesia emozionante. E' l'elegante essenzialità di Constantin Brancusi che si lascia avvolgere dall'irriverente leggerezza di Alexander Calder, è il volto di un'arte che, non senza la spigolosità crudele di Julio Gonzales, esprime la complessità letteraria di una narrazione suadente. Ciò che il vuoto traccia nella scultura, si riconosce anche nei segreti sussurrati dai materiali pittorici o dai disegni infantili del figlio, occultati e confusi dal pigmento. Legni consunti dalla pelle rugosa, ruggini aggressive sulle superfici metalliche, dense grumosità cromatiche contribuiscono a celare il significato profondo di un'arte che ama la maschera e il travestimento, che allontana i propri sentimenti e che protegge le proprie emozioni.

            La sofisticata ricerca artistica di Giuseppe Maraniello si colloca così nell'ambiguità dei territori di confine fra solarità iconografica e ombrosità narrative, fra classicità formale e azzardo linguistico, fra serenità figurativa e articolazione concettuale. In queste opere si corre sulla sottile linea di demarcazione fra apparenza e verità, fra la fisicità concreta dell'arte e la sua più impalpabile spiritualità. Queste opere mostrano solo una parte del loro volto, ciò che non si coglie immediatamente sono le infinite assenze che popolano lo spazio attorno all'opera, che animano il vuoto, un vuoto che scava e plasma la superficie. Voci misteriose di un progetto scultoreo composto per esili tiranti e deboli funi, sostenuto da frammenti di immagine, difeso da un'elegante materialità che dedica la sua voce all'intimità della poesia. E' un corpo forte e sicuro quello che s'impossessa delle sculture di Maraniello, un corpo lucido e agile che conosce la sua abilità e che si concede all'ammirazione più indiscreta. Luci ed ombre, come nella più pura classicità, compongono l'ordito di una ricerca che non si limita all'eleganza della narrazione, che non si accontenta della commozione per la grazia della figura ma che richiede l'attenzione del pensiero e la profondità della riflessione. Suggestioni magiche e rigore analitico si confondono in quest'arte che, astutamente ambigua e androgina, gioca con i simboli e le maschere, disorientando la realtà e il mito.

Atmosfere alchemiche si possono così coniugare a memorie visionarie in un crescendo di rimandi e di suggestioni che solo in parte affiorano alla superficie dell'immagine.

            L'arte di Giuseppe Maraniello non può quindi adattarsi ai codici interpretativi della scultura, non può ridursi al problema plastico, così come risulta riduttiva una lettura rigorosamente pittorica. La sua è un'arte complessa che sfugge l'incanto poetico appellandosi al rigore formale e all'analisi concettuale, ma che, contemporaneamente, sa abbandonare il gelo linguistico per l'estasi emotiva. L'attimo congelato di una linea tracciata con il metallo, è il segno distintivo di un procedere scultoreo che non conosce limiti ma che riconosce la verità leggera del sogno.

 

 

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