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Conversazione: Tommaso Trini e Giuseppe Maraniello
(TT)
Il tuo lavoro mi suggerisce sempre la voglia di andare, di viaggiare sia
nello spazio sia nel tempo. Tu
viaggi molto? C’è un luogo che vorresti visitare? (G.M.)
Sì, mi piacerebbe viaggiare. Visitando certe mostre, mi è capitato di
vedere i grafici che riportano gli spostamenti continui di alcuni artisti.
Io invece sono partito da Napoli e, tranne le occasioni delle mie mostre,
sono sempre rimasto stabile a Milano. Perché
l’Egitto? Stranamente, proprio in questi giorni scrivendo su Warhol, io
pure ho pensato spesso all’antica cultura egizia. Warhol ha molto di
egiziano. In
Egitto, perché credo che lì vi siano le origini di tutta la nostra
civiltà. Mi interessa andare ad indagare quella cultura perché è legata
ad affascinanti simbologie e, soprattutto, perché aveva un così grande
culto dell’arte. Hai
ancora sogni ricorrenti? Ad esempio, sogni di cadere? Strana
domanda. È davvero singolare che tu abbia indovinato che in effetti, in
passato soprattutto, uno dei miei sogni ricorrenti sia stato proprio
quello di cadere. Pensi che questo abbia qualche riferimento col mio
lavoro? Beh,
basta guardare il pencolare dei tuoi personaggi sul vuoto, non faccio mica
l’indovino. Nella tua arte c’é libertà dell’andare ma anche
l’incontro col precipizio, il tuo andare prevede spesso la voragine.
Direi che le tue sculture parietali, soprattutto quelle, sono simili a
materializzazioni di sogni. Come ha già ben detto Dorfles, esse hanno la
stessa logica ed illogicità oppositiva dei sogni. Lo vediamo nei loro
tratti aerei, nel condensarsi delle immagini, nei contrari che stanno
assieme. Il viaggio è il sogno e viceversa. Quel che più è
interessante, nella tua opera, è il suo andare verso il perimetro e il
limitare, verso l’esterno del mondo plastico. E là ricorre il senso di
una voragine, una voragine che si moltiplica e anche si sdoppia nelle
forme ad anfora, per esempio. È
vero per contro che tutta la tua opera è retta dalla legge di
gravità e questa gravitazione risulta ribadita dall’evidenza che molte
tue immagini hanno radici negli archetipi come pure nell’iconografia dei
musei. La
tua è un analisi del mio lavoro per me nuova, vi trovo molti spunti che
riconosco pertinenti alla mia ricerca di equilibri tra elementi instabili.
Può darsi che il senso di precarietà, che è tipico del mio lavoro, si
possa spiegare coi miei desideri inespressi: ad esempio, quello di
viaggiare. Certamente, i miei equilibri instabili sono anche una ricerca
di equilibrio. Come
è nato il tuo ricorrente ‘spacco’, quella figura cromatica a
triangolo inserita sulle tele o tra i bronzi, che io qui indico come ‘voragine’?
Avrà a che fare col fatto che sei di Napoli, già definita una “città
porosa “, oltre
che vesuviana? Credo
che sia spiegabile col profondo senso di incertezza che mi pare
d’incarnare. Tralascerei le mie origini partenopee, perché tutti vi
fanno riferimento, fin troppo. No, io ho paura delle persone che hanno
certezza di ogni cosa e sanno già tutto quel che devono fare. Un vago
senso di precarietà mi ha sempre affascinato e, per me, ha costituito
quasi una regola anche nella mia attività di insegnante all’Accademia.
Coi miei studenti evito l’insegnamento dogmatico e li invito sempre a
percorrere vie diverse. Per lo stesso motivo, cerco sempre di innovare il
mio lavoro. Fa parte del mio carattere, cercare nuovi motivi. Ecco perché
in arte rifuggo da certi atteggiamenti ripetitivi che sono tipici di
artisti come Albers, Castellani od Opalka, che pure stimo. Userò
le tua ‘voragine’per scavare un buco tra l’immaginario e il
fantastico, fosse solo uno iato. Che differenza c’è tra la fantasia e
l’immaginazione? Io ricordo un tuo bellissimo quadro del ‘78,
intitolato L’equilibrista, dove c’è un campo monocromo tutto
rosso e c’è una linea verde che lo attraversa, è quella fune che ogni
equilibrista traguarda. Si vede subito che tu stai guardando la figura
dell’acrobata dall’alto, così come fa ogni spettatore. Lo stile è
quello di una pittura monocroma che però è segnata da una linea
minimalista, a sua volta indice di una fune. Anche la figurina dipinta può
essere considerata minimale, sennonché risulta molto plastica e animata.
C’è di fatto questa visione zenitale che, guardando dall’alto, muta
pochi segni in un evento, una scena. Ecco un quadro che potrei definire
una pittura - scultura. Qui si evidenzia un aspetto fondamentale della tua
arte: l’interazione linguistica e non solo tecnica tra pittura e
scultura. Molti altri tuoi pezzi
in gesso o in bronzo possono dirsi sculture- pitture, pur non avendo
ombra di trattamento pittorico. Un altro aspetto importante è che la tua
opera immaginifica sottende anche un fondo analitico. Il tuo lavoro è
sempre caratterizzato da una sintesi di plasticità e di narratività, di
figurazione e di poesia, di prassi e di teoria, sia pure un teorizza re
inespresso. Per tornare al tuo equilibrista, mi ha fatto pensare ai primi
lavori di Giulio Paolini, quando si limitava, nei primi anni ‘60, a
tirare linee per analizzare lo spazio pittorico; quando Paolini, in
seguito indicava un campo visivo per inscenarvi l'esercizio sommo del
vedere. Ecco, la tua opera presenta la stessa consapevolezza, sia pure
entro uno scenario di eventi e non più di soli concetti. Tu racconti il
logos dei concettuali un po' al modo con cui Omero filosofava sulle idee
attraverso il mito e gli eroi. Non
ho mai negato che le esperienze poveristiche e concettuali degli anni
‘60 siano state profondamente influenti sugli artisti della mia
generazione degli anni ‘80. Però, quelle esperienze analitiche
costituiscono un punto di partenza per affermare una maggiore libertà
espressiva che si è concretizzata poi anche al livello del fantastico. Ad
un certo atteggiamento teorico si è voluto aggiungere il contributo
offerto dalla intuizione e dalla fantasia. Alla fine degli anni ‘70, lo
strumento omogeneizzante della fotografia era ormai divenuto una
costrizione soffocante. E nel giro di pochi mesi, parecchi di noi capirono
che era venuto il momento di aprirci altri orizzonti. Ne è seguita una più
ampia libertà espressiva, che è stata anche un riflesso, forse, dei
mutamenti sociali intervenuti negli anni ‘80. Ma a proposito della tua
domanda, in che senso tu distingui tra la fantasia e l’immaginazione? C’è
stato un tempo in cui io ho avuto qualche remora contro il fantasticare.Mi
è parso un modo fatuo e passivo di immaginare. A te è mai successo? No,
assolutamente. Devo dire anzi che nel mio lavoro la componente
fantastica è stata spesso ricercata ed è sempre benvenuta. Ecco
cosa succede ad essere più vecchi. Ho sempre considerato
l’immaginazione come un ‘attività strutturata, pertanto superiore al
semplice fantasticare. Pensavo che solo l’immaginario fosse strutturato
e sapesse strutturare il sapere umano con un’ organizzazione di
simbologie che la fantasia non possiede. Non so più se ciò è tanto
vero. So che Kafka diceva di preferire l’immaginazione alla fantasia, e
così pure Klee. Quando parliamo di immaginario, certamente intendiamo una
funzione retta dal linguaggio e regolata della sue forme retoriche e
simboliche; non è un semplice sognare. È però accaduto che
l’immaginazione sia stata caricata dalla modernità di una funzione di
controllo, specie col progredire di quelle vere e proprie discipline del
controllo sociale che sono divenute la semiotica e la psicoanalisi. E gli
artisti concettuali come Kosuth che ho molto ascoltato ai tempi della mia
rivista Data e da
cui ho preso successivamente le distanze per averli bene intesi hanno poi
dimostrato come si possa trasformare la natura dell’arte in un artificio
cognitivo, in un grafico del controllo. Molti ‘concettualisti’
visualizzano la semiotica in modo da esercitarne il potere e le opere di
Kosuth possono venire assimilate alla procedura dell’advertisement,
della pubblicità, senza
possedere la dialettica di vita e di morte che rende fin troppo umane le
opere di Warhol. Se l’immaginazione viene strutturata troppo fino a
inquisire i sensi stessi della libertà personale, allora è necessario
destrutturarla fino al puro fluire della fantasia o del sogno. E’
quel
che ha fatto, penso, la tua generazione.Allora è meglio la
phantasia dei Greci antichi che, si legge in Aristotele, era considerata superiore al logos
in quanto prodotta da un
potere superiore a quest’ultimo. Ho ritrovato alcune affermazioni di
Marisa Merz che nel ‘75 diceva “queste sono fantasie” a proposito di
alcune sue bellissime intuizioni, di cui solo ora apprezzo la portata. Mi
piace quella leggerezza, che è anche della tua opera. Penso
che fantastico e immaginario però non si escludano reciprocamente. Ad
esempio, come definiresti un poeta come Borges? Per
me è un Mosé dell‘immaginazione. Ma dietro non ha la fantasia di
un popolo. Io
non so se sia uno scrittore di fantasia o di immaginazione, ma so di avere
attinto molto da lui. Addirittura una mia mostra è stata intitolata Anfesibena. Si tratta di una sorta di
serpente che cammina in due direzioni. E' uno di quegli animali raccontati
da Borges nel suo Manuale di zoologia fantastica. Mi sembrava
che ci fosse qualcosa di attinente al mio lavoro. Di recente ho anche
utilizzato alcuni disegni di mio figlio, realizzati quando aveva tra i
quattro e i sei anni; ho cercato di combinare l’attività creatrice
infantile con quella artistica. Si potrebbe obiettare che non si tratta di
fantastico, in questo caso, ma di immaginario. Non saprei dire, ma non
credo che questa distinzione conti nella pratica artistica. Queste
categorizzazioni servono a chi guarda il prodotto artistico. Con questo
non voglio dire che l’artista operi allo stesso modo di un bambino, non
credo nello spontaneismo, ma ritengo che la creatività in arte, come in
matematica, necessiti di atti intuitivi e fantastici, capaci cioè di
superare il già dato. Nel caso della frase di Marisa Merz, io penso che
in realtà ci sia fantasia anche nel lavoro concettuale. Anche Einstein ha
dovuto fare ricorso ad un atto d’immaginazione che, superando il già
noto, può dirsi fantastico. Anche
questo è verissimo, fai esempi azzeccati. Però
io dubito che il fantastico sia sempre cosciente delle sue radici, degli
archetipi che lo animano. Come che sia, qual’è
il metodo del tuo lavoro? Ad
una fase di attività spontanea segue sempre una razionalizzazione. Io
lavoro in modo sperimentale, faccio molte cose e poi seleziono. Non sempre
ho già in mente il risultato della mia ricerca. Comunque, l’opera nasce
sempre da un’intuizione. Qualsiasi cosa può suggerirti un inizio: una
forma, una parola; poi ti metti al lavoro. Ma il significato di quel che
fai, lo riconosci solo a posteriori. Qual’è
stato lo spunto di vaste composizioni come Il flauto magico? L’ascolto
della musica, ovviamente. In quel caso, la scultura fu realizzata per una
mostra, curata da Gillo Dorfles alla Permanente di Milano, in occasione di
una più ampia manifestazione dedicata a Mozart. Nel
corso della tua attività si nota un continuo sviluppo di forme lineari.
Perché le aste e le corde? Confesso che non sempre mi sono piaciute.
Aumentano il senso di precarietà di opere in bronzo ma di grande
leggerezza plastica come le Lacrime. Trovo
sempre stimolanti le critiche, perché aprono il lavoro a diverse
interpretazioni. Capita che certi esiti della mia ricerca siano dettati da
necessità contingenti, e quella delle aste è una di queste. Un’ altra
delle domande che spesso mi viene posta è perché io abbia scelto di
lavorare col bronzo. In realtà, non mi sono mai posto tale problema se
non sotto il profilo pratico. Originariamente, le figurine che compaiono
nei miei lavori erano di cera; ma la cera si deteriora facilmente, quindi
sono passato al bronzo. Solo in seguito ho scoperto la possibilità che il
bronzo mi offriva. E'
successo
questo in uno dei tuoi pezzi che più ammiro, La barba e il bambino? Sì.
Credo di essere stato il primo in quella circostanza ad utilizzare il
bronzo fra i giovani artisti che allora seguivano un percorso analogo al
mio. Adesso non farmi dire che l’ho inventato io... Per riprendere la
tua recedente domanda l’uso delle aste è stato dettato dal progetto di
uscire dai confini del quadro, mentre le corde furono motivate dalla
necessità di sospendere un elemento di bronzo nel corso di una mostra
allo Studio Marconi, mi pare nel ‘86. Soddisfatto, ho cercato poi altri
modi di utilizzare la corda. Di recente, ho usato le corde per avvolgere
alcune strutture fissate solo coi chiodi. La corda si è rivelata un
ottimo strumento per disegnare, si tratta di un disegno plastico. Ho
sempre avuto interesse, in realtà, a realizzare lavori con mezzi minimi,
magari solo con un fu
di ferro. Già nei primi anni ‘80, progettavo lavori da costruire
con un semplice segno, privo di riferimenti e sospeso nel vuoto. La corda
mi ha consentito in seguito di realizzarne alcuni, sia pure con una
variante geometrica che all’inizio non prevedevo. Nella
modernità, l’opera d’arte si è definitivamente costituita come
insieme di frammenti, come lavoro sul frammento. Da qui, il primato
dell’assemblaggio che riunisce l’eteroclito, il diverso. Mi pare che
tu abbia dato un ulteriore contributo a questo corso del pensiero
assemblativo con una sorta di arabesco magnetico. Più che di
assemblaggio, nei tuoi lavori si può parlare di un insieme planetario,
dove i vari
corpi ben distinti sembrano collegarsi per reciproca attrazione o anche
repuIsa. In alcune sculture, le figure e i segni
sono connessi come le luci in un planetario. E’ un dispositivo che
talvolta configura una vera e propria macchinazione... Nei tuoi Vasi
comunicanti del ‘93 si
direbbe che, toccando un solo elemento, si possa muovere tutto. Posso
confermarti che questo succede davvero. E’
un modo ben strano di costruire, soprattutto dopo i ‘mobiles’
di Calder o la linearità di Giacometti, non credi? In
Giacometti c’è però un senso di distanza che non ritrovo, o perlomeno
non cerco, nel mio lavoro. Ho progettato invece ambienti in modo tale che
le sculture sembrino ‘volare’. Mi interessa rendere leggere le
sculture che tradizionalmente pensiamo come pesanti. Un’idea analoga mi
ha portato alla serie dei lavori bianchi, dove ho conseguito un
azzeramento del colore, senza rinunciare alle mie figure più tipiche. Il
bianco è per me una lettura dell’appiattimento del nostro momento
storico, dove le cose ci sono, ma si fa fatica a vederle. E’ un
azzeramento, ma anche una pagina bianca su cui si può scrivere. Si tratta
di una messa in discussione del mio lavoro, un ripartire da capo. Lo
stesso motivo che mi ha portato, con una voluta ambiguità, a intitolare
la mia ultima mostra Ri-tratto. Mi
viene in mente un altro tuo titolo, Ri-flettere. Questi
giochi di parole spezzano il senso di unità, rovesciano il senso comune,
aggiungendo precarietà a precarietà... Ri-flettere
è un titolo che è nato dall’idea di realizzare dei
contenitori sigillati che custodissero un sapere non espresso: sono tali,
infatti,i miei pendoli e le mie anfore in bronzo. Simile è
l’ispirazione dell’opera che ho realizzato per Villa delle Rose a
Bologna. Un giorno ho trovato in fonderia una ‘forma’ destinata alla
fusione con la funzione di coprire la cera, nascondendo così il lavoro
che contiene. Una volta che il bronzo, nella fusione, prenderà il posto
della cera, questa forma si spaccherà, disvelando l’opera. Mi sono
interessato a questa sorta di guscio e ne ho realizzato uno del tutto
simile, ma in bronzo. Anche in questo caso di tratta di una scultura che
custodisce un pensiero che non trova espressione: ossia, un’opera che
genera un’altra opera. ‘Ri-flettere’ è dunque un termine che
richiama un momento teorico, ma allo stesso tempo è un ‘flettere’, un
rappresentare. Nelle
tue costellazioni si avverte un estroversione solare pari almeno
all‘introversione talvolta ermetica delle tue figurine sempre
ambivalenti tra l’umano e l’animale, tra il maschile e femminile. I
tuoi personaggi sono davvero androgini? In
certi casi ho davvero voluto presentare degli ermafroditi. Ma vorrei
sottolineare una cosa: io credo che l’arte sia un linguaggio autonomo
che si nutre di pretesti. E tali sono le mie ‘figurine’. Si può dire
lo stesso del mio uso del colore in pittura. Io non ho mai voluto fare una
pittura di rappresentazione. Ad esempio, nel quadro Il
diavolo è verde si è trattato di dipingere una superficie
verde unitamente al titolo scritto in senso inverso. Il colore ha
rappresentato per me una sorta di diaframma che fa sempre emergere il
complementare. Nel mio lavoro utilizzo quasi esclusivamente i tre colori
primari e i loro complementari, facendone dunque un uso mentale più che
emozionale. Anche nella scultura faccio uso di numerose simbologie, mi
occorrono per raccontare conflitti, non sono importanti in sé, ma solo
nel modo in cui le utilizzo. La figura dell’uomo che lotta contro la
propria cosa è un simbolo che proviene dal libro Il
medioevo fantastico di Baltruisaitis, me ne sono appropriato
per ragioni linguistiche. Anche il diavolo o l’ermafrodita o la coppia
di gemelli rientrano nella mia elaborazione puramente linguistica. Il
problema è sempre linguistico, io guardo al modo di fare le cose e lo
valuto alla luce dei mutamenti storici. Nelle
tue immagini si agitano numerose metamorfosi. Il tuo lavoro prolifera da
radici teoriche e attraverso tronchi e rami plastici giunge a queste gemme
figurali che per comodità chiamiamo figure’. Nella loro interna
corrente metamorfica e narrativa c’è forse una storia sottostante che
per caso ti
sfugge?
Non hai mai sospettato che le tue figurine’ possano muoversi
autonomamente da te? Sì,
probabilmente è così. Ma ti chiedo: sono veramente importanti i soggetti
affrontati da un artista? Cézanne è importante per quello che ha dipinto
o per il suo punto di vista linguistico? Queste mie fantasie credo che
siano solo dei pretesti per realizzare l’opera. Anche nel lavoro I cinque confetti utilizzo simbologie
pitagoriche, dove il 2 costituito da due sassolini allineati in una figura
aperta rappresenta il femminile, mentre il 3 costituito da tre sassolini
ordinati in una figura chiusa sta per il maschile. Il 5
rappresenta dunque la loro unione e non è un caso che ancora
oggi nei matrimoni si regalino cinque confetti. Ma questi simboli restano
dei pretesti che servono a fare qualcosa di più grande. E questo lo si
vede rivolgendosi direttamente alle opere. Non amo molto gli artisti che
spiegano troppo il loro lavoro, le loro spiegazioni limitano
l’universalità dell’opera. La
tua scultura fantastica essa stessa? Non è che ogni tua ‘figurina’
abbia una coscienza propria che magari a te sfugge? Forse
sì, anche perché nascono da occasioni. Mi auguro che la mia scultura
fantastichi essa stessa e possa fare fantasticare gli altri, visto che io
non ho alcun messaggio evangelico da comunicare. Fino
a che punto l’artista è veramente libero nelle sue scelte? Le
mie scelte sono sempre state dettate da fatti contingenti. Certamente, gli
anni ‘80 hanno avuto il merito di avere dato spazio a un’infinità di
possibilità espressive. Noi venivamo da una situazione dove un gallerista
come Luciano Inga-Pin, pur così bravo, bocciava addirittura il colore
nelle fotografie. Il nostro gesto è stato quello di rivendicare una
libertà di operare in direzioni diverse. Il valore di ciò che si è
fatto emergere poi nel confronto con la storia, ma la storia condiziona
anche al momento della creazione. Secondo
te, l’arte resta socialmente importante? Può essere ancora profetica? Certo,
l’artista non anticipa profeticamente i tempi, ma piuttosto vive a
ridosso degli eventi, soprattutto oggi. Sembra essere quasi solo uno
spettatore del quadro sociale ma, nel suo silenzio, nella sua distanza,
nei suoi tempi lenti, l’artista compie la propria opera, comunque. Comincio
a credere che la vera profezia stia nelle potenzialità di massa
dell’arte e non nei singoli artisti. L’arte non è per nulla superata,
al contrario. E’ cambiato solo il paradigma delle sue funzioni e non
conosciamo ancora quello nuovo. L’arte
c’è sempre. Oggi si dice spesso che l’arte è il risultato del suo
sistema. Sono d’accordo nel rilevare la funzione del fruitore, del
mercato, ecc. ma resto dell’idea che chi innesca il meccanismo resti
l’artista. Per commettere un delitto c’è bisogno di un omicida, una
vittima e un’arma. Però, perché l’evento si compia, l’unico
elemento indispensabile è la volontà dell’assassino. Anche in assenza
della vittima possiamo ipotizzare un colpo vagante che prima o poi colpirà
qualcuno - alludo,
per esempio, a un manoscritto tenuto nel cassetto. Il ruolo principale
resta dunque quello dell’artista. Mi
piace questa parafrasi, fantastica [ridono]. Se
guardo all’evoluzione dei parametri dello spazio e del tempo operanti
nella tua arte, mi rendo conto che il progredire di ciò che sappiamo è
più importante delle differenze tra i modi, il ‘come’, con cui alcuni
di noi esprimono ciò che intuiscono. Il linguaggio muta con gli
individui, il sapere muta col mutare di una coscienza più ampia e
continua che una volta dicevamo collettiva. Sono i problemi linguistici che cambiano, ossia l’uso che facciamo di strumenti che possono restare identici. Io utilizzo il bronzo, che è lo stesso materiale che usava Cellini, per dirne uno. La diversità sta nei modi, così come avviene per la poesia. Ungaretti ha usato le stesse parole che avrebbe potuto utilizzare D’Annunzio, ma gli esiti sono stati così diversi proprio in base a ragioni linguistiche. Ciò avviene non solo in diversi momenti storici ma anche adesso tra molte opere che sono diversissime pur sembrando vicine. Tutto questo lo vedi nell’autonomia dell’opera. E’ all’opera che ci rivolgiamo direttamente, non alle sue spiegazioni. |
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