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Una
storiella propedeutica all’opera di Mirco Marchelli
Marco Meneguzzo
Ho una piccola collezione di porcellane cinesi. Da collezionista
economicamente insignificante, ma attento a tutto ciò che per questo
motivo non posso avere, tengo d’occhio tutti gli avvenimenti legati a
questa nicchia un po’ fanatica di collezionismo, e so che tra qualche
giorno, ad Amsterdam, verrà battuto all’asta l’intero carico di
porcellane, destinate al mercato europeo, contenuto nella stiva di una
nave naufragata non lontano dalle coste del Vietnam nel 1725. La nave è
affondata in seguito a un incendio e quasi duecento anni in fondo al
mare non hanno, paradossalmente, prodotto danni significativi a quelle
migliaia di pezzi - tazze, tazzine, piattini...- quasi tutti uguali,
grazie all’immarcescibile qualità che rende la porcellana il materiale
più vicino all’eternità tra quelli prodotti dall’uomo. Nel vastissimo -
e noioso - catalogo che accompagna l’asta (si tratta di ben
settantaseimila pezzi!), solo alcuni esemplari mostrano di essere stati
“toccati” dagli avvenimenti e dal tempo: sono quelli più vicini
all’incendio, che si sono fusi insieme, creando forme quasi organiche, e
quelli strutturalmente più fragili, decorati “a freddo”, attaccati dalle
madrepore che hanno “mangiato” gli smalti colorati superficiali,
riducendo a fantasmi le decorazioni vivaci ideate per le tavole rococò
europee. Da collezionista non li vorrei, ma da critico penso che quelli,
e solo quelli, portino con sé la memoria di quel che è accaduto; solo
quelli hanno “reagito” alla storia, pur nella loro passività di materia,
e ci raccontano, come possono, del fatto che ha loro stravolto
l’esistenza - l’incendio, il naufragio, la nuova vita sottomarina... -
rendendoli così “unici” in mezzo alla perfezione standardizzata degli
altri.
E Marchelli in tutto ciò?...
Le sue opere, di fatto, assomigliano a quelle concrezioni, a quella
“vita delle cose” che emerge alla superficie dello sguardo e della
coscienza solo quando intervengono fatti che spostano la nostra
percezione dal consueto all’inaspettato. La storia dell’arte è piena di
tali esempi, ma la capacità per così dire “ricettiva” delle cose del
mondo è enorme nell’infinita casistica dell’”inaspettato”.
Inaspettati sono gli accostamenti dechirichiani di frammenti classici e
di guanti di gomma, ma anche gli oggetti trovati - i ready made - sono
inaspettati nella nuova definizione verbale che si dà di loro, così come
inaspettata è la bellezza degli umili frammenti di oggetti consunti che
Schwitters accostava con tanta maestria. Se dovessi paragonare Marchelli
a qualcuno, paragonando naturalmente non tanto l’esito finale, la
somiglianza dell’opera, ma l’attitudine dell’artista a dare nuova vita
alle cose, forse è il nome di Schwitters quello più adatto ma,
liberatici una buona volta della necessità di accostare il nuovissimo al
nuovo, l’oggi alle Avanguardie storiche, perché non fare anche i nomi
dei New Dada o, meglio ancora, di un Tadeusz Kantor o, di più e più
vicino, anzi contemporaneo, di Lawrence Carroll? Tutti questi nomi,
tutte le loro opere non sono e non debbono essere l’indice di
un’ascendenza né nascosta, né tanto meno “colpevole”: sono semplicemente
l’indice di un’attitudine artistica diffusa e tutt’altro che passata.
Del resto, chi oggi non si rivolge all’immagine sembra non poter far
altro che rivolgersi alle cose, anzi, agli oggetti che popolano sempre
di più il nostro orizzonte, sin quasi a farne scomparire la linea...
Eppure Marchelli in questo gioco “bara”, con l’accortezza disarmante e
intellettuale insieme di svelare l’artificio, almeno a chi lo vuol
vedere. I suoi oggetti, infatti, sono tutt’altro che “ready made”, sono
il frutto dell’elaborazione lenta, lentissima, e soprattutto meditata e
“guidata”, dallo status di oggetti o di immagini - spesso le sue opere
danno la sensazione, solo la sensazione, senza esserlo, cioè, di
stratificazioni di pagine illustrate - a quello di memorie.
In questo processo, la sapienza, forse anche la furbizia espressiva di
Marchelli, fa intervenire la pittura come un fondamentale elemento
coagulante, ma che sembra accontentarsi di un ruolo in secondo piano. In
altre parole, i lavori dell’artista ligure-piemontese sono pure opere di
pittura, “travestite” da oggetto, da concentrato di storie che, per la
natura stessa della forma di questi lavori, appaiono come storie
personali, interiori se non proprio intime, di una fanciullezza lontana,
quella fanciullezza da giocattolo di legno, piuttosto che da Mazinga. In
realtà, nonostante l’apparenza da meravigliosa soffitta della nonna,
piena zeppa di sorprese dall’aria vagamente sabauda, che è la
casa-studio di Marchelli, e che costituisce - per chi lo conosce - lo
scenario entro cui il prestigiatore, il mago pone lo spettatore nella
disposizione d’animo di credere l’incredibile, tutto è il frutto di una
scelta ben determinata, quasi letteraria, senz’altro armonica (e
Marchelli è anche ottimo conoscitore ed esecutore di musica): alla base
di ogni lavoro c’è una storia, ma non sappiamo esattamente quale, perché
essa assume la “forma” di una narrazione, ma di fatto non lo è. La
storia sembra affiorare ogni momento, ma non affiora mai, neppure nelle
opere più evocative - che potrebbero essere le case-libro - né in quelle
più simboliche, come le bandiere.
La storia è la nostra. E’ tutte le storie che ci vogliamo mettere
dentro, e l’opera è il campo accogliente e per nulla neutro in cui
queste si dispiegano e narrano il loro divenire o, meglio, ciò che sono
state. Questo è l’artificio di Marchelli, questo il suo modo sorridente
di barare al gioco: farci credere di scoprire un segreto altrui, e
ritrovarci a narrare una storia nostra. Per fare questo, Marchelli mette
in scena un tale condensato di efficaci stereotipi visivi e concettuali,
tipici della cultura artistica più sedimentata, che risulta praticamente
impossibile riuscire a sfuggire alla sua tela (di ragno e di lino).
Alcuni esempi: il bianco della tela non è mai bianco, è sempre di quel
colore giallino (un tempo lo si sarebbe definito “giallo Isabella” dal
colore della biancheria di quella regina così virtuosa da considerare il
bagno una tentazione...), che ispira un passaggio di tempo su di esso,
una modificazione dovuta al trascorrere delle stagioni; la forma della
tela, del supporto, non è mai regolare, ma porta con sé qualche
“accidente di percorso”, la sensazione che si tratti di un oggetto
trovato (e spesso lo è, ma non è questo ciò che conta...), o di qualcosa
utilizzato e riutilizzato più volte, per altri scopi; ogni opera, poi, è
fisicamente “spessa”, quasi che si fosse gonfiata a furia di stenderci
colori, di fare rappezzi, di creare improbabili imbottiture: la forza
simbolica del tricolore italiano, o francese, ad esempio viene quasi
cancellata - o comunque ridotta a tenero oggetto sentimentale - , se la
sua tela diventa la copertura di una sorta di sofà, di materasso
sfondato da clochard...
E poi, soprattutto, c’è la pittura. Colori sporchi, il risultato di
impasti sempre più imbastarditi, il cui risultato finale dovrebbe essere
una sorta di grigio-marroncino, di grigio-verde (ecco riaffiorare ancora
l’epopea sabauda...), di grigio-violaceo, cioè, ancora una volta,
colori-somma di tutti i colori, contenenti tutti i colori, in maniera
esattamente analoga a quanto ogni sua opera potenzialmente contiene
tutte le storie; e pattern semplici, come le linee dritte o ondulate, o
i “bolli” dei suoi “giardini religiosi”, la cui genesi è quella del
fiore coi petali attorno, e che nella ripetizione diventano “astrazione
con qualche ricordo”, per dirla con Paul Klee.
Al contrario di quanto si vede e quindi si crede - perché è questo ciò
che ci vuol far credere l’artista, e forse talora ci crede anche lui -
in Marchelli, è la pittura che crea gli oggetti, le immagini, le storie,
e non viceversa.
Tratto da “Mirco Marchelli. trombe clarini e genis”, Spiralearte
artecontemporanea, Milano, 2007 |