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In
una fase, come quella attuale, caratterizzata dalla nuova apertura del
dibattito sulla riproducibilità e sulla divulgazione dell'immagine alla
luce delle
nuove tecnologie (dal video alla net-art, passando attraverso una ridiscussione
dello stesso concetto di "grafica d'arte"), Simone Pellegrini si
colloca in una posizione singolare. E' una posizione pericolosa, perché
priva dei "filtri" e
delle protezioni fornite da uno "stile" riconoscibile come
"attuale" e spendibile come cifra omologata. Né si tratta, al
di là delle
apparenze, di un ingenuo ripescaggio della figura del "pictor faber"
così
com'era stata riproposta dalle correnti neoespressioniste negli anni
Ottanta: siamo semplicemente di fronte a un autore che non ritiene annullato
il valore dell'arte come atto legato a una primarietà del fare; nel
caso specifico, quella primarietà è il segno, prodotto di una
concatenazione
di archetipi mentali e culturali. Il segno, il graffito o
l¹impronta sono i veicolo della narrazione di apologhi di valore
universale e,
ancora, radicati in una primarietà espressa attraverso simbologie e "storie"
(quelle di una "pre-Arcadia" i cui principali abitatori sono
l'"homo salvatico" e un bestiario a forte densità allegorica
ma qui ci vorrebbe
un¹altra pagina, affidata a un iconologo).Le "historie" di Pellegrini
rimandano all'idea di mito "genuino", per citare Furio Jesi, e
come tale capace di creare un contatto con "un passato tanto remoto
da poter essere
identificato come eterno presente"(1) . Ancora Jesi ha indicato nell'"equilibrio
Œumanistico" tra coscienza e inconscio gli indizi della presenza
del mito "genuino"; ecco allora che, in Pellegrini, questo
equilibrio si rivela laddove gli strumenti retorici per reinstaurare quel dialogo
tra passato e presente sono "naturalmente" coerenti con l¹epifania
di
immagini che sembrano scaturire da un remoto e incancellabile flusso di memoria:
figura archetipa e forma per
la creazione "collettiva" di immagini
è
la matrice, lavorata e
utilizzata come "madre" di
tipologie di
segni-impronte portatori di forti densità materiche, e
di iconografie portatrici
della non meno densa simbologia racchiusa nel racconto (2); forma (e
figura) allegorica è il supporto cartaceo: il lavoro e le immagini che lo
istoriano
come in un misterioso palinsesto lo trasfigurano in mappa
figurata. I percorsi tracciati nelle carte di questa mitografia sono
quelli di
una fiaba (un archetipo culturale prima ancora che letterario) che racchiude,
in profondità, ulteriori itinerari, diretti verso i territori in
cui la visionarietà è rivelatrice di verità.
Franco
Fanelli
1
F. JESI, Letteratura e mito, Torino, 1968
2
Sulla "mater-matrice" e sul concetto di impronta come "alba
delle
immagini",
cfr. A. LEROI-GOURHAN, Le geste et la parole. La mémoire et les
rythmes, Parigi, 1965 e G. DIDI-HUBERMAN, L¹empreinte comme paradigme:
une archéologie
de la ressemblance, in L'Empreinte, catalogo della mostra, Centre
Pompidou, Parigi, 1997
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