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e di meraviglioso si lega
alla volontà di aprire gli occhi,
di guardare in faccia quel
che accade, ciò che è.
E io non conoscerei ciò
che accade se
non sapessi nulla del
piacere estremo,
se non sapessi nulla dell’estremo dolore.
Gorge
Bataille, “L’Erotismo”
La
nostra società bandisce il libero arbitrio delle pulsioni
Profonde, degli istinti primordiali, ma pubblicizza le emozioni Forti,
le trasgressioni off-limits, i
vizi e gli eccessi.
Un
paradosso? Tutt’altro, è l’estrema ed inevitabile conseguenza
di una situazione di super-controllo delle passioni umane.
Viviamo
il tempo delle “prestazioni” massime, il nostro successo
personale è direttamente proporzionale al nostro massimo rendimento
in ogni campo delle attività umane.
La
vita si muove secondo un ordine strutturalmente precostituito,
nel quale le emozioni forti sono concesse come panacea al
nostro bisogno di “umanizzazione” o come palliativo psichico
che argina gli effetti – chissà ancora per quanto – ma non cura le
radici del male. Anche l’arte non si esime dalla complessa logica
dei rendimenti, ma conserva ancora ampi margini di libertà
nell’esprimere l’inconfessabile, nel rappresentare l’indicibile, nel
sublimare “quei fuochi che ardono sotto la cenere”.
Simone
Pellegrini è un artista extragenerazionale, trans-epocale,
lontano dall’essere catalogato o ascritto ad un gruppo, ad un genere
o ad una tendenza del mondo dell’arte. Chi guarda le sue
opere
per la prima volta, percepisce una fondamentale diversità
rispetto alle sperimentazioni dei suoi colleghi coetanei.
La
sua ricerca non ha punti di tangenza con la Nuova Figurazione Italiana,
non ama la narrazione o l’aneddotica, non ripropone
in chiave riaggiornata le istanze delle grandi avanguardie del XX
secolo.
La sua arte viaggia in “solitaria”, verso mete molto
lontane dalla nostra visuale quotidiana: Occorre fare uno sforzo introspettivo
e intellettuale per vedere cosa aleggia in quella
cosmogonia di corpi nudi, di animali bestiali e di presenze oniriche, in
quella simbologia di segni e di figure mitiche,
in
quello struggente miscuglio di Eros e Thanatos:
Uno sforzo che diventa ri-scoperta delle pulsioni profonde, piacere,
rinascita emotiva ma anche – Bataille docet –
indissolubilmente dolore: Le opere pittoriche di Pellegrini ci
ricordano essenzialmente questa grande e semplice verità,
di cui spesso ci dimentichiamo: la vita è piacere e dolore fusi insieme,
forze che si esprimono all’unisono nell’attimo stesso della
nostra prima apparizione nel mondo: La totalità dell’essere
vive di questi due momenti opposti, “di una serie di passaggi dal continuo
al discontinuo e dal discontinuo al continuo” (1),
dal
piacere all’orrore, dalla vita alla morte. “Perché l’umanità non
vuole darsi il fastidio di vivere, di entrare in questo naturale sgomitare
di forze che compongono la realtà, per trarne un corpo
che
nessuna tempesta potrà intaccare (2).
Nella
grammatica del suo disegno “umbratile” e primitivo,
e fuori logos per una cultura in
cui la morte, l’estasi e la
transustanziazione sono diventati i nuovi tabù – sul mito
dell’uomo cacciato brutalmente dal paradiso, che cerca disperatamente
l’unione con l’altra metà attraverso la fusione
sessuale,
che vuole ritrovare la totalità e l’armonia dell’essere,
il piacere degli istinti primordiali e la pienezza della vita nelle sue
manifestazioni istintuali. Estasi oniriche di mondi lontani, dolci
allucinazioni
o visioni partorite dal nostro Es, i disegni
di Pellegrini sono immagini dal valore intimo e significante, il
cui senso letterario travalica il significato pittorico per la fitta
trama di riferimenti con l’universo dei nostri miti e delle nostre memorie
ancestrali, con la letteratura maledetta (Baudelaire,
Artaud),
con le ossessioni dell’uomo post-moderno.
Le
sue figure sono “anime nere” di grandi alberi, di montagne
sacre, di grosse bestie selvagge, di uomini dai tratti somatici primitivi,
tutti simboli di vita e di morte, di Eros e di Thanatos,
di un ritorno nell’arte alle grandi interrogazioni filosofiche sul nostro
destino. I suoi paesaggi lunari e onirici, in cui un uomo e una
donna si accoppiano in un sublime abbraccio mentre anime
solitarie salgono al cielo
verso l’estasi, “… sono vecchi peccati che
non hanno ancora ritrovato le loro primitive apocalissi, ma che
finiranno per ritrovarle” (3).
La
semiotica degli affetti e delle passioni secondo Gilles Deleuze
trovano nelle opere di Pellegrini delle connessioni reali nella rappresentazione
degli amanti e degli organi sessuali, delle
congiunzioni “virtuali” nella presenza di elementi indiretti: la
forma allungata verso l’alto delle montagne rappresenta virtualmente
l’erezione e l’estasi, il colore rosso – simbolo del
fuoco delle passioni, del sangue – fa da contraltare alla monocromia
umbratile del nero, le bestie dall’aspetto feroce
ci ricordano le ombre degli incubi di Goya: Un’iconografia
del reale e del virtuale, che allarga il campo
semantico
d’azione dell’artista, che risponde perfettamente alla
sua necessità di creare nuove modalità e di dire, di rappresentare i
moti dell’animo umano.
La
tecnica non comune, elaborata dall’artista, di trasferire l’anima
del disegno (la matrice originaria) su un altro foglio attraverso un
imprinting speculare conferisce
transitorietà all’opera e
suggerisce l’idea di un passaggio da uno strato all’altro, di
un divenire continuo dell’essere e della materia.
Marinella
Paderni
(1).
Georges Bataille, L’erotismo, Paris,
Les editions de Minuti, 1957
(2).
Antonin Artaud, Van Gogh. Il suicidato della società,
Paris, Editions Gallimard, 1974.
(3).Ibid
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