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Simone
Pellegrini. Ermeneutica "picta"
di Ivan
Quaroni Quella
di Simone Pellegrini, nato ad Ancona nel 1972 e diplomatosi nel 1999 all'Accademia
di Belle Arti di Urbino, è una ricerca artistica unica nell'ambito
della Figurazione Italiana. Artista
colto e raffinato, Pellegrini fabbrica visioni che rimandano, per forza
e brutalità espressive, alle rappresentazioni dei graffiti rupestri e a
quelle di certa arte primitivista, che celebra la potenza sorgiva dei Miti
collettivi e dei riti tribali. La sua
pittura, risultato di una particolare tecnica
che trasferisce il disegno da un supporto all'altro, alterandone il senso
ed il segno, scaturisce dal tentativo di individuare l'origine antica dell'uomo,
non tanto attraverso le gesta illuminate dalla Storia, ma per mezzo
delle ombre che popolano i suoi recessi. Nello iato, spazio denso tra il
cognito e l'incognito, si colloca l'arte di Pellegrini, mai didascalica e tuttavia
non espressamente esoterica. Alla ricerca dell'artista marchigiano sono
congeniali, infatti, le forme linguistiche del solecismo e del chiasmo. Attraverso reiterate negazioni ed affermazioni di senso, la figurazione di Simone Pellegrini si presenta alla contemporaneità come un'Ermeneutica per immagini dell'agostiniano abyssus humanae coscientiae. CONVERSAZIONE
In
opposizione alle tendenze della Nuova Figurazione italiana, che registrano
da una parte le emergenze del Reale e dall'altra i fenomeni effimeri
della Moda e della Comunicazione, la tua è una ricerca che frequenta
i topos del Mito e del Rito, indagando la scaturigine dell'inconscio collettivo. Perché questa scelta? Trovare
il luogo del recesso è ciò che più mi preme. La realtà presenta spesso
congiunture recessive. Quando utilizzo il termine recessivo lo intendo
come ospitale. Tra il recesso e i significanti (che in esso si sostanziano)
è bene mantenere uno spazio (seppur minimo) di frizione in cui i
secondi vanno articolati tra di loro. Non il significante e non il recesso
rischiarano, ma la sola combinatoria.
Rischiarare dunque il luogo e fare della
nascita un evento infinito (come Blanchot scriveva a proposito di Lautremont). Rendere
infinito tale evento significa rendere ospitale l'inospitale, riconoscere
come straniero il luogo più intimo, sia esso chiamato bhytos (la misteriosa
profondità primordiale in cui originariamente tutte le cose giacevano
ignorate, di cui parla Valentino), abyssus humanae coscientiae (come
lo definiva Sant'Agostino) o inconscio, alla maniera freudiana. Come mai, tra tanti medium espressivi, la tua scelta è ricaduta sul disegno, un mezzo che impieghi all'interno di una tecnica molto particolare? Le
lusinghe della materia sono infinite. Per me è bene ridursi al minimo da subito.
Comincio con il disegnare su di un frammento di carta la prima immagine.
Impregnata la carta d'olio, procedo alla traslazione dell'immagine su
un altro supporto cartaceo (e mentre passo da carta a carta, passo da disegno
a segno; evento questo che si celebra tanto nella perdita di incisività
del segno quanto nella sua estensibilità). È questo secondo supporto
che comincerà ad allargarsi per congiunzione di più carte che andranno
progressivamente ospitando successive immagini traslate e articolantesi
tra loro. Il risultato è un grande negativo (poiché positive sono
tutte quelle immagini-matrici che disarticolate e asintattiche troveranno
riposo all'interno delle teche in cui vengono conservate), un orto
concluso in cui si intersecano e scambiano attributi, come in un lulliano
teatrino della memoria, i vari elementi significanti. La
matrice insignificante. Le ombre matriarcali disposte a superare la loro univocità
nell'accettazione della messa in scena. C'è spazio per ritrovare la
caverna platonica e le umbris idearum di Giordano Bruno. Le tue opere, prive di una struttura narrativa vera e propria, richiamano in qualche modo lo stile dei graffiti rupestri e rappresentano scene stilizzate di vita primigenia. Come mai t'interessa sviluppare questo immaginario primordiale, panico e dionisiaco insieme? Sono
interni di caverna platonica, come detto sopra. Insistono immagini di pratiche
venatorie o di pratiche lavorative di derivazione tardo medievale che
non rappresentano più il fatto in sé. Tutto l'umano gesticolare mi giunge
da sempre già deprivato del fine, di gran lunga superiore allo scopo. È
qui che vale la pena di incontrarsi, un attimo dopo che la cosa si sia eclissata
lasciandoci nel pieno di un fare dimentico, dove il mancamento è spazio
per la rivelazione, dove l'oggetto svapora facendo precipitare i suoi attributi
nella periferia di ciò che non è (che non è stato, che non è più), rendendo
al centro la vacuità che gli spetta. Dopo che Freud ha messo gli occhi
su Sofocle rimane questo fare; ma questo fare che ci sostanzia, questo fare
che nel farsi rischia di nasconderci è il luogo in cui reperire solecismi
rivelatori, ossimori, chiasmi e pieghe in cui l'essere è. Il dionisiaco
è questa vertigine da piega e questo smembramento (sparagmos) del chiasma,
a partire dal quale è possibile dedurre un corpo sempre ulteriore. Nei tuoi lavori si possono osservare pittogrammi ricorrenti, come gli alberi fallici, le pietre, le montagne e i recinti che racchiudono, come in una scena teatrale, le lotte e gli accoppiamenti di barbarici antenati. Quale ruolo giocano, nella tua arte, i simboli e gli archetipi? Tutto
lo scenario è disposto ad accogliere l'evento. Cercare, battere, penetrare...azioni
reiterate. Il pullulare, il disseminare, il ramificare, lo sprofondare,
lo sradicare. Nella rappresentazione si determinano gli elementi
che vogliono indurre il rappresentante stesso alla rivelazione
- rammemorazione di quel che, lungi dall'espropriarlo lo ricolloca. Qui
l'apotropaico. Qui la rappresentazione anticipatrice, la rappresentazione
come delimitazione del luogo epifanico in cui la disposizione
degli elementi diviene formula pretestuosa per l'apparizione dell'attore.
Circoscrivere lo spazio di precipitazione temporale, in cui l'emergenza
segnica si dia da subito come testo apòcrifo. Guardare
poi, come si guarda ciò che non ci appartiene. Con desiderio. Quali sono i tuoi più immediati riferimenti iconografici e quali le tue muse ispiratrici? Tutta
la tradizione iconografica tardo medievale (la stessa struttura compositiva
per registri successivi che si è andata via via palesando è di stampo
medievale, con quel suo aderire alla superficie, tanto da richiamare in
essa ogni sparuto tentativo prospettico). Le bibliae pauperum e certi codici
miniati. Le immagini che utilizzo hanno questo nell'intimo. Il non essere,
come il presentire. Il non essere lettera e mantenere l'anelito della
lettera. Immagini dunque che dicono l'indicibile (in quanto marginalia del
dicibile). Messaggeri certi di messaggi dubbi il cui destinatario deve ancora
farsi. Questo è tutto. La lunga storia di un rapporto epistolare dove il
mittente si destina. La vecchia storia del Verbo che vuol farsi carne, preceduta
solo dal mito di qualcosa che non si fa Verbo. Per il resto, se Laforgue
ammoniva che l'essenziale è non prendere gusto all'opera (perché proprio
dell'opera è l'impreziosirsi a scapito della memoria che ci dovrebbe),
mentre opero sempre risuona la boccaccesca frase: "se come il cane
mordesse il motto, non sarebbe motto ma villania", una sorta di trattato
in due righe sulla distanza e sul rigore della rappresentazione. In filigrana, attraverso tue opere, si può intuire l'interesse verso i temi dell'esoterismo e dell'alchimia. Inevitabilmente, questi elementi, contribuiscono a rendere elitario il tuo linguaggio artistico. Secondo te a che tipo di pubblico si rivolge la tua arte? In principio si rivolge a me. A me fa appello. Poi a chi ama la severità dell'ordito e disconosce il belletto. |
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