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“Se come il cane mordesse il
motto, non sarebbe motto ma villania” (Boccaccio) Segni combusti e notturni,
sottratti al colore, alla luce, partoriti nell’oscurità. Di essi è la
nettezza del fondo. Nero abbandono. I segni mi si frammentano dinanzi e li
compongo, li insceno, in nome del racconto. Lo si fa per amore di
significare. Per dolore di significare. “…la recita è la trappola
in cui farò cadere la coscienza del re…” (Amleto). Nella disposizione Iulliana
degli elementi, dei personaggi che teatralizzano il pensato, si recupera
di volta in volta una modalità nuova suggerita da nuova sintassi. Il frammento è l’origine. Il frammento come pars pro
toto o il frammento deprivato del contesto? La metonimia o la
perdizione? Ne va della sua significanza. La frammentarietà è parte
integrante della poetica che accompagna il mio lavoro, la carta strappata
per poi essere ricomposta, le matrici, frammenti segnici aventi in sé
un’unità sempre decontestualizzata, “originali” pregni d’olio che
discendono e lasciano traccia di sé, sviluppando nel loro articolarsi, i
grandi negativi che sono i miei lavori compiuti. Essi sono grandi negativi,
l’articolarsi di frammenti che trovano la loro sintassi sotto l’occhio
languido di matrici in vedovanza. Matrici sole dinanzi alle loro ombre
teatranti. Le matrici nell’umidità mercuriale dell’olio trasudano se
stesse lasciano traccia per poi allontanarsi da sole, per essere poi
racchiuse sole in teche dove figurano come tatuati frammenti tissulari. Come non ricordare la platonica
caverna? Come non ricordare di poter ricordare solo partendo dalle ombre
che ci fronteggiano? Come non ricordare la farfalla narrata da Zuhang-zi
la quale sognava di essere un uomo che sognava di essere farfalla? L’allontanamento come modalità
di avvicinamento fino alla immedesimazione. La via negationis: in
essa mi sono maestri almeno Sant’Agostino, Cordovero e Saint Exupery… Peculiare è la collocazione
mondana di tali opere per cui necessariamente, tenuto conto della loro
precipua partenogesi, chi entra in possesso della “vedova matrice”,
entra in possesso solo di quel frammento asintattico, disegnato e
sottratto alla sua totalità comunicativa. (Poiché dice di sé il
disdicevole). Distinguo. Il disegnato della
matrice e il segnato della traccia. Ciò che compone i lavori teatrali
(cioè non originali) è la traccia che coincide con ciò che io
definisco il “segnato”. Tra il disegnato e il segnato c’è questo
processo di combustione. Le matrici, prima di relegarsi nella loro
“insignificante” vedovanza hanno partorito nel fuoco e l’olio le ha
fatte bruciare a dovere. In questa prova del fuoco (e solo in questa) esse
giungono a significare. L’immagine è quella del
roveto ardente che fronteggia Mosé. I miei segni sono il mio roveto
ardente. Il vuoto è lo spazio in cui il
frammento può il proprio isolamento. Il vuoto è primordiale. A
venire il frammento che ci allontana da noi quando ancora “noi” non
siamo, poi l’Altro, poi, solo poi, noi. Riprendiamo per un attimo la
matrice. Essa figlia sì, ma figlia se stessa. In apparenza. In apparenza
perché il suo valore è assunto solo all’interno di quella totalità,
perché solo nel suo contestualizzarsi quando sublima da disegno a segno
essa riluce, umbratile, di senso. Il momento in cui la matrice si specchia
sulla carta che accoglierà il grande negativo, non è solo il momento
della sua trascendenza essenziale e discendenza materiale, ma è anche la
conquista della sua totalità articolare per perdita parziale di identità
(in tale passaggio l’immagine inevitabilmente si sgrana, perde in
sostanza, smateria). Lo specchio. Il grande negativo, opaco,
combusto d’essenze significanti è lo specchio del venire, il luogo in
cui rinnovare la mia stessa unità, sempre precaria, eternamente
compromessa. Il linguaggio, lo si sarà
notato è barocco, perché s’ossimora di continuo, si nega alla piega.
Rimane la questione dell’integrità, di riconoscere potenza e latenza,
di eternare il desiderio. Perché l’opera è sempre, si ricordi Amleto,
la trappola tesa in cui cade il corpo del Re. Prima di questo corpo
glorioso e mendace c’è solo un pullulare di tensioni, di monadismi e
vettori di forze sconnesse ed informi il cui fine (telos) non ha
fine, come il desiderio non ha corpo bastante. Tendere la trappola dunque e
augurarsi che il re, campione di unità e falsità vi cada? O tendere la
trappola e augurarsi che il re cadendo si disperda nella molteplicità del
reame? Lo scettro o il reame? Comunque la trappola è da
tendere… (…noi quanti siamo…)
Shakespeare. Tutto Shakespeare è
ribaltamento continuo, slittamento del terreno, caduta dell’asse
verticale e della barra differenziale… per cui tutto altera sotto i
nostri occhi, si metamorfosa e converte. In cinque secoli s’è fatto e
disfatto l’individuo, stratificato e spodestato, centrato e decentrato. Dalla stesura dell’”Hominis
digitate” di Pico della Mirandola alla formulazione del complesso di
Edipo freudiano… il dato è tolto. Dalla stratificazione
dell’individuo (che si sfoca e individua sempre meno) all’Altro
lacaniano per giungere ai monadismi (un po’ leibniziani), alle pluralità,
all’orizzontalità in cui il dividuo prolifera. Con Furio Jesi credo nella
valenza simbolica dell’operare umano atto alla riconquista di un
patrimonio che di gran lunga lo eccede: (e questo procedere dall’assenza
all’eccedenza è potere solo dell’uomo). (…nostalgia de su ausencia…) Simone Pellegrini |
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