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KRN
di Marco Meneguzzo
KRN è la radice di una parola indoeuropea. Come sempre accade, le vocali
– mai indicate nelle scritture antichissime – e il contesto determinano
il significato delle numerose parole che da quella radice derivano. Una
combinazione relativamente semplice genera dunque molte altre
combinazioni che tuttavia sono collegate tra loro non solo da quell’aspetto
fonetico, ma soprattutto da un legame di significato, perché tutte le
parole con quella radice, anche quando i contenuti sembrano non
avvicinabili tra loro, sono invece riconducibili a una stessa sfera di
significato.
Più o meno quel che Simone Pellegrini vuole accada alla sua pittura.
Tutta questa premessa, infatti, non serve soltanto a dimostrare che
Pellegrini è un artista colto, molto colto (il titolo, per esempio, è
suo...), ma a stabilire un’analogia forte tra il proprio orizzonte
culturale e le opere che da quello scenario scaturiscono.
Primo passo. Rifarsi all’origine del linguaggio è un’opzione
estremamente chiara. In questo senso Pellegrini vuole essere
“originario”, più ancora che “antico”, e per questo costruisce immagini
che sono sempre grandi narrazioni mitiche ed epiche, basate su un
modello narrativo per la gran parte mutuato dall’antichità preclassica,
mesopotamica o egizia: non a caso, infatti, le caratteristiche della sua
narrazione pittorica sono l’iterazione rituale e una concezione dello
spazio-tempo assolutamente simbolica, quali si trovano nei bassorilievi
di Ur, di Ninive o di Luxor. La narrazione si dipana sempre grazie a
figure tutte uguali, riprese in atteggiamenti cerimoniali, e immerse in
un “paesaggio” (non trovo altri termini, benché questo suoni troppo
naturalistico alle nostre orecchie) i cui parametri spaziali non
rispondono assolutamente a visuali prospettiche, quanto a visioni
metaforiche. Per accentuare la sensazione iterativa, Pellegrini non
dipinge le sue figure, ma le imprime – secondo la tecnica del monotipo –
sulle sue grandi carte, come il cilindro di pietra imprimeva i suoi
caratteri cuneiformi sulle tavole d’argilla: in questo modo, tra
l’altro, la figura perde espressività propria, ma acquista una
“tipologia” condivisa con tutte le altre figure nello stesso
atteggiamento, nella stessa postura; con la stessa intenzione di
recupero di un significato originario, che vada al di là del visibile
realistico, la scena dell’avvenimento ci appare fortemente astratta,
l’elemento naturale è ridotto a pattern decorativo-simbolico – l’acqua è
un segno sinuoso, l’albero una visione schematica, spesso vista come se
fosse “in pianta”, mappe e alzati si trovano sullo stesso piano -, e i
luoghi non sono soltanto dislocati nello spazio, ma anche nel tempo, per
cui, alla stessa stregua di certi affreschi trecenteschi ( o delle già
citate narrazioni antiche), il luogo è ripetuto perché le scene che vi
si svolgono avvengono a distanza di tempo; anche della narrazione
possiamo dire poco, se non che si tratta proprio di narrazione: come non
sappiamo distinguere a quale santo appartenga quel particolare attributo
nella pittura bizantina, o quale grado abbia quel funzionario regale
nello Stendardo di Ur, ma, affascinati, comprendiamo di trovarci di
fronte a un codice preciso e inoppugnabile, così nelle opere di
Pellegrini all’inizio ci sfugge il particolare, eppure sappiamo di
trovarci di fronte a una cosmogonia razionalmente sconosciuta, ma
emotivamente riconosciuta, a una narrazione assolutamente chiara, se
solo conoscessimo la “chiave” di lettura. Di più, anche lo stesso
supporto che Pellegrini usa – grandi carte giallastre, “da spolvero” -,
nelle sue irregolarità, nelle slabbrature dei margini, nella sostanziale
monocromia del tutto – giallo, nero e qualche tocco di rosso, che è
sempre sangue o fuoco, elementi originari anch’essi...-, suggerisce quel
senso di antico, di profondo, di fondante che è all’origine di ogni “big
bang” del linguaggio.
Secondo passo. Ci troviamo di fronte, allora, a una sorta di archeologia
dell’immagine, di neoarcaismo ? Non credo. A ben guardare, ogni elemento
dell’opera di Pellegrini è tutto fuorché una copia di quei modelli: le
figure umane sono sempre molto articolate, colte in posizioni che
testimoniano una conoscenza dello scorcio, della figurazione
prospettica, addirittura di una cultura da comics, da fumetto; la carta
non è certo elemento antico, e molti particolari del paesaggio di fatto
mostrano la loro ascendenza alla rappresentazione contemporanea, e
soprattutto, a proposito di quella narrazione che vediamo raccontata
nello spazio, e di cui riconosciamo frammenti appartenenti alla prime
scritture mitologiche dell’umanità – il roveto, ad esempio, o le acque
distruttrici e infine raccolte, domate... -, percepiamo un’«atmosfera
mitologica», ma non un mito vero e proprio, non il riferimento
filologico a questa o quella narrazione dell’infanzia dell’umanità.
Così, l’opera di Pellegrini cambia improvvisamente fisionomia, e diventa
una costruzione intellettuale con un movente passionale. Ecco allora che
accanto a quei riferimenti ne troviamo molti altri, che accrescono la
complessità del lavoro. Troviamo la nostalgia della purezza che è stata
di un William Blake, magari assieme a un pizzico di semiologia del
romanzo alla Umberto Eco, una vaga ammirazione per le forme di Aubrey
Beardsley assieme ai paesaggi da science fiction di Moebius, e molto
altro: il risultato è, come si è detto, un’atmosfera mitica senza che ne
vengano copiati pedissequamente gli stilemi.
Terzo passo. L’azione di Pellegrini è dunque colta e concettuale, ma è
anche partecipata, sentita. Per un pittore, la scelta di indagare l’originarietà
della narrazione per immagini si può svolgere mettendo in scena un
citazionismo più o meno colto, oppure cercando di entrare nei meccanismi
del linguaggio germinale. La prima opzione presuppone una conoscenza che
sfiora l’erudizione, la seconda una specie di immedesimazione che va
oltre la conoscenza: a prima vista sembra che Pellegrini ci mostri la
cultura del passato, ma di fatto siamo di fronte al culto
dell’originario.
A proposito, KRN è la radice di parole che sono giunte sino a noi, come
“cranio”, o come “corno”, e forse anche “cerebro”: tutte hanno a che
fare con la sede dell’intuizione e dell’intelligenza.
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