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La concia tatuataLe superfici di carta incollata di Pellegrini sembrano pelli scuoiate, rimandano alla carta-pecora delle miniature che raccoglie colore e sporco nei pori, nell’invaso dei bulbi. E come pagine miniate ospitano bestiari favolosi, o improbabili giudizi universali, dove animali e uomini si spartiscono l’orizzonte e dove trovano salvezza le “divaricate”, simboli di donna rubati a Carol Rama con le gambe aperte e il sesso offerto, da cui fioriscono teste partorite o ritrovate. Il foglio si forma come un abito rammendato, un primordiale vestito d’Arlecchino con le toppe dei disegni che ricompongono il racconto di una favola crudele, con gli aloni dell’olio e gli acidi della concia, con un fiorire di grumi di colore come muffe e licheni, o le carie tenaci della roccia. Il campo steso della carta, porta incisi, strappati e poi giuntati da un lavoro paziente di sutura, i singoli frammenti, gli appezzamenti di terra disegnati nella planimetria, gli organi presi a prestito da un laboratorio di Frankenstein, o le singole isole, gli Isolari appunto, in cui un mondo orizzontale era diviso e raffigurato, prima dell’invenzione degli atlanti. I simboli si assommano nello stampo ripetuto, nel paziente lavoro di tatuatore che persegue il ricordo di un’araldica personale e perduta. Il nero del carbone passa, grazie all’olio di papavero, da una carta all’altra come il bacio di una bocca unta di grasso. È un solco inciso sull’epidermide quasi organica del foglio, come una cicatrice ornata d’altri segni, una pittura di spavento sulla pelle dei guerrieri, o la poesia tracciata direttamente sul corpo amato, dalla scrittrice de “I racconti del cuscino” di Greenaway. Il nero nasce dalla carbonizzazione delle piante, e l’olio, dai semi del più tenace e fragile dei fiori. Con loro i ricordi della natura si danno convegno sul lenzuolo di carta, sudario di un mondo antico e futuro. Ma anche ricordi di caverne e miti, dove il corpo del dio smembrato dalle baccanti è sparpagliato al suolo perché faccia rifiorire la terra. Dove uomini, cose e animali si ibridano nel gioco di mescolare le parti, di dare vita a esseri mitologici, che contengano nuclei dell’uno e dell’altro. Dove anelli danteschi e medioevali contengono sciami di uomini in volo, o in fiumane dense; arnie di persone che coltivano la loro cella e strade disegnate come vene, percorsi sanguigni che si diramano in alberi genealogici, in arbusti infuocati, in uteri e mandorle, che ospitano una figliolanza divina e selvatica. La carta è una Veronica, dove il sudore ha impresso i tratti del Volto, una sindone di molti martirii ed è allo stesso tempo il crocevia della mistica morbosa (che portava Teresa D’Avila a mescolare immondizia al suo cibo) e dei riti barbarici di fertilità e iniziazione sessuale. È una mappa appesa che traccia le coordinate di luoghi irraggiungibili, atlantidi sotterranee e isole del tesoro. Queste opere negromantiche di Pellegrini sembrano sinopie ricavate dall’intonaco di rocche penitenziarie, entro cui i prigionieri hanno inciso con la punta di un chiodo, i loro disegni di privazione e libertà. Ricordano la fucina di Vulcano dove un dio zoppo bistrattato dall’Olimpo, ottiene in ricompensa per la sua maestria di fabbro, la mano riottosa della dea più bella. Recano annotazioni scarnificate di paesaggio, con foreste fossili che danno materia al disegno e l’indicazione in sezione di tane d’animali scavate nella terra, dove brulicano uomini, per metà bestiali e per metà eletti, cresciuti come seguaci di Priapo e allattati in fasce, dalle lupe.
Sabrina Foschini
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