Soli ancora non nati

 

 

Quando mi ritrovo dinanzi a un lavoro del pittore Simone Pellegrini non posso fare a meno di parlare col cuore tra i palmi delle mani, e sentire, soltanto sentire, ancor prima di lasciare al respiro il tentativo di svelare il silenzio che avvolge le sue carte. E in questa costellazione segreta a se stessa, al largo di ogni nostro possibile sguardo, vedo finalmente il corpo. Il corpo che ci attende lungo la traiettoria della luce scheggiata. Vedo l’avvenire di ciò che un giorno sarà concesso alla nostra carne, quando spegnendosi irrevocabilmente il pensiero, un abbaglio di corolle infuocate cingerà la nostra vita.

Vivi a morte. Morti a vita. Amanti, ritroveremo il mistero del corpo, dopo aver graffiato le pareti della memoria, scavato fino a quella soglia in cui è incisa la colpa che incatena i desiderî, riemersi dalle viscere, senza più l’àncora di questo apparire.  

Forse finalmente ciechi, qualcosa passerà sulla retina della nostra anima: oasi di pietre nere, saette di animali latranti, processioni di braccia, crepe di vulva, ruote di cranî, radici di carne, agavi di pene, cataste di seni, rami d’assedio che sfiorano la lacrima - Soli ancora non nati.

Pellegrini volge lo sguardo altrove. Irradia luce per ogni dove, la luce per la quale l’uomo ammette di vivere.

Così, impresso da un gesto che matura nel buio della traccia, assisto la pittura di quest’uomo e mi chiedo, se debbo morire, che sia il giorno dopo questo avvento, scanno della voce, taglio del silenzio che tu pittore c’induci.

 

Domenico Brancale

 

 


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