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Fluore di Luigi Cerutti
Sul Fantasma. È un piccolo fantasma. La fiammella che lo evoca è già svaporata lungo il crinale ossigenato dell’atmosfera e la luce si è persa nella notte del tempo. Di quel fumo volatile e della sua intenzione a penetrare i muri anneriti della casa, inondare le narici, manifestarsi nell’appestata e brulicante aria in contaminazione, non perviene condizione di esistenza. Non ha dove il fuoco, né il legno arso o l’intonaco divorato, l’asfissia delle gole. Solo il fantasma aleggia, ingannatore ingannato circa il suo stesso divenire. Lo spettro[1] dell’immagine, evanescente, ondulatorio, incerto e acre, sovviene, come emerso o spostato, trasposto, da un luogo altro, non una profondità irraggiungibile, quanto una latitudine differente, e ritorna senza darsi la pena di evolvere, di evidenziarsi o tradursi in un modo diverso, dilungarsi per noi in qualche frustrata boria descrittiva. È fantasmatico il braccio o il corpo intrecciato ed incestuoso, la mammella o l’albero, giacché non è ancora questione del dettaglio anatomico o della vaga impellenza narrativa, della storia per la storia. Il contenzioso esacerbato della tecnica ricondotta a se stessa, della resa impeccabile del luogo, del pomo d’Adamo rilegato in tutto e per tutto nella forma, sono la fiammella spirata, il lume non bastevole a se stesso. Sarebbe sciocco e superficiale richiedere che l’immagine si esplichi solo per fattezze umane, di carne e ossa, per vie anatomiche conosciute e manualistiche. Non è la mancanza di ossigeno, la mano dell’uomo o del demonio, di un tentatore qualunque, ad evocare il fantasma dell’effigie. E nemmanco il deterioramento del suo corpo. Lo spettro che galleggia, si contrae e si spande come onda gamma, non è il cenotafio dell’immagine riprodotta, il tabernacolo deriso e trafugato del virtuoso, ma, più semplicemente, è la smentita spoglia che l’imago assume ai nostri occhi, incapace di deteriorarsi del tutto, come di apparire in forma definita. L’energia che propone e trasmette, di cui invade lo spazio interminato, non è provenuta dalla forza del tratto, dal rassomigliare della forma ad un suo alter nel campo del manifesto, quanto dalla stessa aleatorietà, dalla scia incerta, viscosa e luminescente, che cosparge il tragitto del suo comparire. Esiste una potenza psichica e mai formale all’interno del pistillo dell’immagine ed in quella il fantasma sopravvive conturbato e indomito. Avviene così che il piede, quell’ammasso di campi venosi e nervosi, di ossa minute ed essenziali, non si limiti alla sua intrinseca fisiologia, al circolo del sangue, all’estetismo dello smalto femminile, ma aleggi e ritorni nel calpestare a ritmo evoluente la pietra, nel suo essere biancore cadaverico dell’uomo morto e, ancora, sensualità di donna al bagno turco. Quell’immagine così condizionata e febbricitante non respira di una condizione estetica che la catapulta all’interno della Storia come elemento immodificato, ceppo stabile del dipanarsi riconosciuto. Lo spettro dell’immagine non è uno stato fisico, una materia manifesta, è una condizione dell’essere il cui andare e venire non inficia né viene inficiato dal tempo. Infatti, il fantasma si staglia increspato in una immensa durata cosmica che è tempo senza fine e senza inizio, è tempo oltre il tempo, distesa che è immota per scansioni e partiture, e che si agita, come intestino immondo e sconvolto. L’energia psichica, flessuosa e slittante, che abita i gradienti di questo organo che martella, apparato digerente avvoltolato, si muove, con frastuoni e molli echi di fruscii, che seguono e si rimpiazzano, come abnormi spostamenti di nubi atmosferiche. È qui che si lacera di continuo il tessuto gassoso e svaporato dell’effigie e che il fantasma ondeggia vibratile. Quando la sua evocazione è compiuta agglomerati psichici spostano masse in questo universo gassoso e pulviscolare, allargano e slabbrano confini, tastano e scansano altri grumi, evocano spettri e li depositano. In questo luogo, che solo per mancanza di condizione a-fisica dell’intelletto umano, ci affanniamo ad intravedere come spazio quasi geografico, si manifesta la condizione, il fascio luminescente puramente mentale dell’immagine. Il braccio è, così, non la rappresentazione di se stesso, ripetizione grafica, piuttosto lo spettro, variegato di quanti, ondivago nella sua manifestazione stellare dell’homo faber, della possanza e della riconciliazione. È il suo stato condizionale che gli permette di arrivare all’esistenza conturbata, ansiosa di scovare gradienti psichici ed energetici, senza un corpo che lo contenga, rinunciando alla deperibilità, alla morte, alla finitezza fisica, allo spazio ed al tempo. È la condizione, infine, che impone al fantasma l’assenza dell’evoluzionismo come scienza dell’adattamento e della sopravvivenza, come linea che scrematura sia temporale che spaziale, che anatomica, che psicologica. Il fantasma non evolve, non nel senso cui siamo costretti noi. Si estroflette ed introflette, tralascia, spande, vive ondeggiando, a diverse latitudini della vista. Persino arriva a mutare, laddove la mutazione sia intesa come una perdita o uno scioccante spostamento energetico che apre spiragli e occlude limiti energetici. In questa assenza evoluzionistica, orfano perenne di padre e madre, si esplica il vincolo sempiterno dell’immagine con l’occhio e con il cranio. Se quell’afflato di spirito si deteriorasse come il corpo mortale o si evolvesse come il gambero, l’umanità esisterebbe a interruzioni. Ogni passo potrebbe morire nel suo successore ed il fuoco scomparire dal creato e la vita dal nostro corpo. Se l’immagine perdesse questo suo respiro, noi smarriremmo la possibilità di essere procreati e di prolungare la linea di sangue millenaria che ci unisce. Ecco che il fantasma si manifesta ancora al nostro occhio come glande, come soffio animato, come alma del nostro istinto. Così se l’albero diviene anche lo spettro della natura, del crescere secondo parametri di sostenibilità, senza strappi osceni, chi è lo sciamano che lo evoca, che lo doma e lo comanda, lo comprime?
È un organo che non ha linea generazionale, non procrea volonterosamente. Non è in grado di concernere la sussistenza come di umana specie: non nasce, non muore. È soprattutto questo che rende quel suo fluore psichico a tal punto frequente, vibratile, altamente ondivago. Il fiotto gibboso lo conduce a superare ed inabissarsi al di sotto del pelo dell’acqua della manifestazione, appena oltre o giusto nell’atto di divenire fantasma. E di questa voga ondulatoria il responsabile ultimo è il fantasmatico stesso. Quella scia plutonica, quel soffio d’estinto che spande nel suo tragitto assiduo e vagale, è il grondare, il gocciare continuamente una sopravvivenza, una mai data o stimata porzione energetica. In questo smembramento che non trova materia smembrata, taglio senza lama, il fantasma dell’immagine favorisce a noi l’unico comprensibile approccio al suo manifestarsi, del suo proliferare millenario ed instancabile, della sua irrequietezza endemica: questa secrezione è il valore del peso indicibile della sua portata e da questa scia secreta, diafana e imperturbabile, possiamo trarre e percepire un qualcosa, un anelito di convincimento. È il liquefarsi del fantasma che, come polmone, si espande, ammette e rimette energia senza sosta. È un sanguinamento zelante ed ininterrotto, un gravare su se stesso, che favorisce ogni spostamento psichico e che lo costringe ad una vita instabile e permette a noi di poterlo intuire, oltre le creste scottanti e gialle della fiamma che lo ha evocato. Del braccio o del piede, del pomo d’Adamo, del tratto virtuoso o espressionista, concettuale o surreale di ogni immagine del nostro retroterra visuale. È come se lo spettro fosse il prototipo di una tensione psichica latente, sempre in atto e subitanea. Così Atteone: il suo fantasma è lì. Non è, infatti, la manifestazione del cervo, o la fisicità belvitica dei cani, dell’ira di Artemide; è piuttosto qualcosa che supera e cosparge il tramutante figlio di Aristeo. Una forma di energia psichica a-temporale che si manifesta, come esplosione svaporante, come stato gassoso che implementa e aggrava lo stato dell’essere di un luogo non-luogo, quello del fantasma dell’immagine, che è assillato di continuo, e che, mediante questa frenetica e funesta elettricità, si costituisce come la condizione dell’immagine, della vita. Sul vapore. Un antico monaco zen Tan-hsia un giorno decise di bruciare una imago lignea del Buddha. Alla domanda se lo facesse per qualche scopo monacale, di preghiera o liturgia, lui rispose che lo faceva al solo fine di scaldarsi. Il clima era freddo. Il fantasma è là. In quel fumo nero subito evaporato. Lo spettro del Buddha non è nella pancia o nella sua testa abnorme. È in quel vapore, proprio come se la parola non stesse nell’ingranaggio meccanico delle lettere, quanto nella scia fonetica della sua pronuncia. Un luogo dell’anima. Il latrato del cane non è nelle sue fauci ma nell’aria che respiriamo in comunione alla bestia. [1] In questo testo utilizzo il termine Spettro come sinonimo niente affatto dissimile se non per flessuosità, assonanze, confini etimologici, rispetto a Fantasma.
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