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Un’
ariosa e spensierata catastrofe di
Italo Tomassoni
Una
matita impiegata come strumento rabdomantico e arnese chirurgico. Una
superficie tesa e levigata, percorsa da movimenti e pulsazioni. La caccia
inizia con la perlustrazione dell’epitelio, localizzando i punti
sensibili, incidendo dove le figure sono più vicine alla superficie per
offrirle allo sguardo come l’insetto sulla tavola dell’entomologo.
fissate sul foglio, le immagini non cessano di trasmettere vibrazioni e
transiti.
Questo,
metaforicamente, il rituale che Vettor Pisani esegue ogni volta sulla
pagina ermetica del disegno, bruciando lo zolfo della rivisitazione
ermeneutica e offrendosi come sonda di giacimenti sommersi mappati come
atlanti anatomici.
La
caccia, ha spiegato Junger, è una forma archetipa in cui il cacciatore è
sempre anche cacciato. Munito di lancia e sguardo,Vettor Pisani scruta in
ogni disegno tutte le possibili implicazioni della immagine sapendo di
essere, a sua volta, tenuto d’occhio. Ed infatti, bambole perverse,
scrittori crocifissi, pupazzi voyers, sfingi, chimere, gatti, conigli e
filosofi onanisti montano costantemente la guardia al repertorio delle sue
opere. Il colpo d’occhio scocca da punti d’osservazione strategici:
satelliti e pianetini, piramidi, scogliere, dimore filosofali e postazioni
nascoste dentro boschetti impenetrabili. Luoghi dell’evocazione e della
citazione in un theatrum di immagini a funzionamento plurale.
Evocati
sull’altare della superficie, dal labirinto di una biblioteca, dalla
sala di un museo o da un punto incerto della storia o dell’universo,
Knoff, Boecklin, Schiele,Valéry e altri protagonisti di un cosmo felice,
indiziano un defilé circolare offrendo allo sguardo e alla mente il
variopinto ventaglio delle loro combinatorie valenze.
In
questa caccia, in cui si fa sfoggio di eleganza e crudeltà, la posta in
gioco è la perfezione perturbante della figura che perfora la grammatura
del foglio e porta in superficie dai propri fondali una sintomatologia
complessa.
Irradiazioni
che attraversano il firmamento; astri che illuminano il ritratto di Piero
raffigurato sotto la base di una piramide cosmica; un gatto nero che
insegue un uccellino mentre il sole tramonta al Testaccio; lo sguardo che
trema entrando in combinazione con un campo magnetico ondulatorio; presso
la Piramide Cestia la gattina di Dario che fa la corte a un uccellino;
l’angelo sulla scogliera che assiste al transito di una teoria di
animali, favole ed apologhi che narrano di fratelli germani e conigliette
ad aria condizionata; scarabei, rondini, porti sommersi, sentieri
interrotti e radure, icone oltre lo specchio di Alice, fra mele, banane e
cocomeri, carne umana e oro: theatrum di figure dell’occhio e
dell’anima che, nelle forme estranianti del rebus, prendono le distanze
dalla scienza e dalla normalizzazione della figurazione per mobilitarsi,
nella torsione dei collegamenti, quando il disegno le infilza ancora vive
sulla superficie riflettente dell’arte.
Ischia,
Capri e l’isola dei Morti, il bianco della scogliera e il nero pece
dell’acqua e dei cipressi, funi in tensione, figure geometriche mai
interamente risolte in assonometrie, gli orifizi e i camminamenti de[
sesso analitici e labirintici come il richiamo anatomico della tromba
d’Eustachio mettono in pagina la surrealtà di un dialogo interminabile
tra Wittgenstein e Bellmer. Dalla buca del suggeritore Duchamp, à bout
de souffle, raffredda i legami pericolosi e origlia da sopra i
manubri, gli accumulatori di energia e i circuiti idraulici, posizionati
sull’invaginato palcoscenico di un’ariosa e spensierata catastrofe.
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