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Vettor
Pisani di
Lara Vinca Masini
L'atteggiamento verso l'arte di Vettor
Pisani è del tutto personale; è chiaro che il suo linguaggio non si lega
direttamente a quello della performance o della body art, prima perché
egli appartiene alla generazione (in senso, soprattutto, di attività)
successiva a quella dei bodyartisti; generazione che ha visto
l'esplosione dell'arte povera (della quale egli non ha fatto parte), di
tutte le manifestazioni legate all'ideologia socio-politica e
all'antropologia; ma, soprattutto, che ha visto nascere l'arte
concettuale, l'impostazione dell'arte, cioè, come "critica dell'arte".
Così è soltanto perché la sua attività assume i modi della performance e
dello "spettacolo" che lo inseriamo in questo capitolo, tenendo comunque
presenti la diversità delle implicazioni di cui si carica il suo lavoro.
Maurizio Calvesi parla dell' "arte
critica" di Vettor Pisani, quasi come contrapposizione all'altra
concettuale e mentale "perché l'operazione di Vettor Pisani corregge un
errore di fondo di tutto il recente mentalismo e determina, con questo,
uno scarto veramente soddisfacente. L'errore" egli aggiunge " è stato
quello di proporre l'atto mentale dell'artista come superiore e
privilegiato, di incorniciarlo come un quadro, di renderlo prezioso;
come se il pregio fosse nella distillazione, nella preziosità, nella
cornice e non nella potenza di penetrazione del pensiero stesso". Pisani
invece propone "lo scheletro dell'arrosto-arte, consumato in un secolare
banchetto; uno scheletro per una lezione di anatomia, e l'anatomia
dell'arte è in sostanza la critica..." E Pisani cerca di "colpire l'arte
servendosi dell'arte. All'ambiguità del messaggio di Duchamp Pisani ha
reagito con l'ambiguità-puntualità di immagini problematiche ispirate
all'arte di Duchamp..."
Così, partendo, appunto, dall'analisi
dell'arte alchemica e concettuale di Duchamp, Pisani ripercorre e
analizza i significati di tutte le apparizioni del simbolismo alchemico
in arte, da quello dei "Rosa+Croce", che ricompare, inevitabile, ad ogni
implicazione simbolica o alchemica in arte; da L'Art (les caresses,
le Sphinx) di Khnopff, a L'isola dei Morti di Bochlin, al
Canto d'amore di De Chirico del '14 (il guanto di gomma sulla
tavolozza di ferro nell'"opera in nero" di Pisani alla sua prima
personale del '70, Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp, a La
Salita di Roma), con tutte le contaminazioni edipiche di cui si carica
il suo "R. C. Theatrum", non si può non pensare a "Orgien Mysterien
Theater" di Nitsch, dagli anni sessanta. Si aggiunga, a questo
proposito, il tema del sacro, in Agnus Dei: "(esplicito simbolo
del Cristo, figura che più tardi sarà posta da Pisani in analogia con
quella di Edipo)", come scrive Laura Cherubini...
Ma al di là di ogni complessità
concettuale, di ogni elaborazione mentale e critica, di ogni raffinata,
sottile, avvincente analogia simbolica (l'isola che simboleggia il mondo
dell'arte, dell'Eros, dell'Io - e anche il cosmo; l'acqua che è anche lo
specchio, il doppio - ma anche "l'elemento femminile, ...la figura della
madre, (il) narcisismo dell'artista, (l)'ambito rapporto con la natura",
L. Cherubini), l'"R. C. Theatrum" di Vettor Pisani è anche l'espressione
di una qualità poetica, di una sensibilità artistica tra le più
avvincenti, tra le più rarefatte, tra le più felici del mondo artistico
contemporaneo.
Testo tratto da "Lara Vinca Masini -
L'arte del Novecento" Vol.5, Gruppo Editoriale l'Espresso |