costellazione - Cardelli e Fontana arte contemporanea

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Costellazione

Sarzana
18 febbraio - 7 aprile 2012
1 Mirko Baricchi, Cloudy more, 2008
2 Gualtiero Nativi, Composizione, 1948
3 Gualtiero Nativi, Composizione, 1948
4 Mirco Marchelli, Giardino religioso, 2011
5 Mario Nuti, Composizione, 1949
6 Mirco Marchelli, Giovinastro, 2011
7 Gian Carozzi, S.T., 1958
8 Mirco Marchelli, Invito a cena, 2012
9 Enrico Bordoni, Composizione geometrica, 1950
10 Mirko Baricchi, M.B.8, 2011
11 Mirco Marchelli, Stato, participio passato, 2011
12 Mirco Marchelli, Giovinastro, 2012
13 Mirco Marchelli, Giovinastro, 2012

14 Vettor Pisani, Tramonto al Testaccio. Un gatto nero... , 1975
15 MirKo Baricchi, M.B. 7, 2011
16 Fabrizio Prevedello, S.T., 2011
17 Mario Nigro,  S.T., anni ‘50
18 Renata Boero, Cromogramma, 1968
19 Giuseppe Maraniello, Il gatto dorme rotondo, 2009
20 Fabrizio Prevedello, S.T., 2011
21 Manlio Rho, Composizione, 1954-1957
22 Beatrice Meoni, Talea, 2011
23 Vettor Pisani, Scogliere di Capri, 1975
24 Fabrizio Prevedello, Fa un po’ freddo ma non preoccuparti, 2008   
25 Gian Carozzi,  S.T., 1961  
26 Beatrice Meoni, Talea, 2010
27 Mirco Marchelli, Giovinastro, 2012
28 Simone Pellegrini, Mysterium iniquitatis, 2010
29 Gualtiero Nativi, Grande composizione astratta, 1948
30 Mirko Baricchi, Vetro1, 2011
31 Mauro Reggiani, Composizione, 1953
32 Mirko Baricchi, MB1, 2011
33 Mirco Marchelli, Invito a cena, 2011
34 Gian Carozzi, S.T., 1956
35 Giuseppe Maraniello, Tueio, 2005
36 Bruno Munari, Negativo-positivo, 1951
37 Renata Boero, Cromogramma, anni '70
38 Simone Pellegrini, Illuminatrice, 2009
39    Mario Nuti, Composizione, 1950
40 Marco Casentini, Luna Park #1, 2009
41 Marco Casentini, S.T., 2006



Costellazione. Di Luigi Cerutti

Costellazione. Di Luigi Cerutti. Le mani spostano due sottili e oblunghe uova di ceramica e vetro sul tavolo. Da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Poi di nuovo a sinistra; aumentando a dismisura - di una quarantina di centimetri – la distanza da un gruppo di cataloghi, ed in particolare da quello in cima alla torre, un libro spropositatamente spesso sulla scultura etnica. Il tavolo è una scagliola piuttosto butterata e scistosa che nella mescolanza multicolore tipica del gusto senese d’inizio Cinquecento, lancia alcuni bagliori tra il giallo ed il senape. La luce di quattro plafoniere anni Sessanta aggredisce quei crateri neri che appaiono come la pelle untuosa di un quindicenne piuttosto emarginato. Il tavolo è precipuamente rettangolare. Con il lato lungo che supera di due volte quello corto. E lo spessore della scagliola è riconducibile a quello degli assi da cantiere. La superficie è di circa due metri quadri, o qualcosa di più. Tra accavallamenti, rotture, sfrangiature, deformità, le cose che costellano il piano sono disposte in un rapporto di forze obbligato. I libri non potranno sostituire le uova, in quel preciso punto non troverebbero l’equilibrio minimo e necessario. E i due vasetti per le violette di zucchero glassato non verranno scambiati con i posacenere, due sottili lame di quarzo color caramello, condensate e precipitate nell’epicentro da un grumo spiroide color del latte.
Le mani intervengono ancora. E allontanano le violette e i contenitori vitrei dai libri, riducendo così il rapporto di distanze necessario per simmetria tra i posacenere e le uova. Tutto il gruppo di oggetti ruota in senso orario di settanta gradi, e prefigura all’incirca, non senza straniamento, la sagoma della costellazione del Capricorno. Con due cime estreme e quasi in linea che si congiungono ad un punto alla base mediante due passaggi intermedi. Non è un poligono, sebbene l’unione di tutti i presidi ne comporrebbe uno irregolare a metà tra un trapezio ed un rombo; piuttosto è una linea spezzettata, un percorso di frontiera. Quando l’occhio aumenta il fuoco, lo sguardo coglie senza esitazioni la vicinanza pericolante dei libri all’estremità del tavolo. Il rischio di una caduta imprudente ma soprattutto l’incombenza di quella babele, che getta le sue ombre angolari su una porzione decisamente ampia dell’appoggio, sono il maggiore impedimento a quella conformazione. Impossibilitate nello scambio, le mani ruotano questa volta nel senso opposto di centoventi gradi la costellazione, abbassando in uno spazio levigato le uova, e riducendo la loro distanza dalle violette, in un’associazione rinforzata tra l’uovo, il suo contenuto di tuorlo e albume, il suo potere sessuale, d’unione d’intenti e di liquidi, con l’inzaccherata sensazione della glassa sulle dita, quella viscosa materia pronta ad esplodere in filamenti di bava quando le labbra le si accostano per lappare lo zuccherino. Questo binomio, uovo e zucchero, più che qualsiasi dimensione culinaria, amplifica a dismisura la sessualità e la carica erotica di quel l’insieme di elementi che si aggrappano anche alla figura lignea, una sorta di tubero scosceso, un pene eretto forse, che sta in copertina del catalogo. Ora la costellazione è più chiusa, con lo spazio centrale ristretto su se stesso e meno irregolare. Una fetta di torta a forma di poligono a cinque lati, con la testa stretta e la pancia piuttosto allungata per effetto della distanza tra i posacenere e le violette che si repulgono come i poli opposti di una batteria. Adesso, con la luce del giorno pronta a morire dietro le magnolie del giardino, infilzata e ammorbata dalle frecce appuntite di metallo dei cancelli e stopposa per via del gelo dell’inverno, il colore della scagliola viene smorzato, abbassa i propri toni ulteriormente e vira verso tonalità daltoniche, nella terra desolante dei grigi e dei neri. È in questa declinazione mortifera che la sequenza degli oggetti perde la propria forza, si disfa come d’innanzi ad un terremoto, ad una colata di lava. E nessun tentativo di stringerli, d’iscriverli in una figura semplice e ravvicinata, sembra poter dare loro una nuova energia vitale. La simmetria annoia. L’asimmetria confonde. E ogni combinazione mal tollera qualche suo squilibrio intrinseco. Sarà forse la vicinanza sproporzionata tra il lato a est del tavolo, verso il sorgere del sole, e il divano, quasi tripla rispetto a quella del lato ovest con una chaise longue polverosa e sfondata. La percezione generica della stanza si sbilancia ed emerge tutto il potere disequilibratore delle quattro entità sulla scagliola, che inghiottono e digeriscono il circostante, le tapparelle, le persiane, i vetri, le tende, l’intonaco abbandonato negli angoli e aggredito dalle ragnatele bislunghe che mangiano parte del soffitto. E la camera appare quasi inclinata, divorata da quel luogo così epicentrico, da quel condensamento arbitrario e inedito.

Il punto di legame, come l’esatta temperatura a cui l’acqua inizia l’ebollizione, è un sottilissimo filamento della propria interiorità. A tal punto esile e disfatto che ad ogni inclinazione della terra, in ogni movimento del sole e della sua luce, potrebbe spezzarsi irrimediabilmente. Eppure il vincolo dell’empatia, il radicamento culturale che conferisce all’assemblaggio tutta la sua forza, il suo potere e la sua ragione d’esistenza, è un nodulo profondissimo, annegato nel nostro retaggio culturale. E così, in questa noce che galleggia a pelo dell’acqua, con l’encefalica chiglia che lambisce l’abisso e la piana refrattaria che annaspa ed emerge, sta tutto il complesso sistema delle interferenze, delle relazioni tra quello che siamo, quello che bramiamo e quello che sfiora l’epidermide, soffia sulla polvere del nostro intendere.
Per ogni zuccherino lappato con godimento, un’aldeide sprofonda e s’inabissa nelle recondite sinapsi del nostro intestino, per i collegamenti nervosi del nostro cervello, legandosi con il nostro sostrato culturale indissolubilmente, e un chetone spazza la pelle, fragile, momentaneo, effimero. Pronto a scomparire per il passaggio di una mosca, o semplicemente a riposizionarsi come i quattro elementi sulla scagliola.

Ogni violetta entra e sospende se stessa. Vive in una costellazione in eterna rettifica, come una boa assicurata al suo corpo morto. E così le nostre scelte, l’accrochage su questi muri di galleria, è sottile e precario ed anche intimo e denso, inattaccabile. Ora tu puoi dividere quel Prevedello dalla Boero e quel Maraniello dal Bordoni; loro non opporranno resistenza, uniti per una punta di capello e divisi dal volo di mosca.
Ed anche, però, la scelta di chi li ha posti insieme, con mani amorevoli, è forte come radice di Ginkgo Biloba.



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